Dopo la guerra con l’Iran, Washington valuta una presenza più ridotta in Medio Oriente

Negli apparati militari e di intelligence statunitensi sono iniziate discussioni informali sulla possibilità di ridurre personale e installazioni permanenti in Medio Oriente, qualora l’amministrazione Trump riesca a porre fine al conflitto con l’Iran. Non esiste ancora una revisione ufficiale della postura militare né una direttiva presidenziale, ma sono allo studio diverse opzioni applicabili già dal prossimo anno.

La riflessione nasce dalle vulnerabilità emerse durante la guerra. Le basi costruite o ampliate dopo l’11 settembre sono state concepite per sostenere operazioni antiterrorismo e campagne contro avversari meno capaci di colpire le retrovie statunitensi. I missili e i droni iraniani hanno invece dimostrato che questa rete di installazioni visibili e concentrate può diventare un insieme di bersagli esposti.

Il conflitto ha provocato la morte di 18 militari americani e danni significativi a strutture in Arabia Saudita, Bahrain, Qatar e Kuwait. Un attacco avrebbe reso inutilizzabile anche una sede della CIA a Riad. Teheran continua inoltre a colpire installazioni e forze statunitensi nella regione, mentre Washington mantiene circa 50.000 soldati, due portaerei e più di una dozzina di cacciatorpediniere lanciamissili.

La possibile riorganizzazione seguirebbe due direttrici. La prima prevede la riduzione delle presenze permanenti, soprattutto nei Paesi del Golfo, trasferendo una parte maggiore degli oneri difensivi agli alleati regionali. La seconda punta a proteggere meglio le forze destinate a rimanere, anche spostando sottoterra alcune infrastrutture per aumentarne la resistenza agli attacchi missilistici e con droni.

Per la CIA e le forze speciali viene valutato anche un modello più flessibile: mantenere personale e mezzi negli Stati Uniti, dispiegarli nella regione per missioni specifiche e ritirarli al termine delle operazioni. Alcune strutture gravemente danneggiate potrebbero non essere ricostruite, sia per i costi elevati sia perché il loro valore operativo non compenserebbe più l’esposizione. La ricostruzione delle grandi basi potrebbe dipendere dalla disponibilità dei Paesi ospitanti a contribuire a spese potenzialmente pari a miliardi di dollari.

Sul piano strategico, una presenza più distribuita e temporanea ridurrebbe il numero di bersagli offerti all’Iran, ma comporterebbe anche costi operativi. Washington avrebbe tempi di risposta più lunghi, minore continuità nella raccolta di intelligence e una capacità ridotta di rassicurare gli alleati. Il ritiro parziale potrebbe inoltre essere interpretato da Teheran come il risultato efficace della pressione militare esercitata contro le basi americane.

La scelta riapre il problema irrisolto del disimpegno statunitense dal Medio Oriente. Da Barack Obama in poi, diverse amministrazioni hanno tentato di trasferire risorse verso l’Asia e la competizione con la Cina, ma crisi successive – dall’ascesa dello Stato Islamico allo scontro con l’Iran – hanno ripetutamente riportato gli Stati Uniti nella regione. Anche il ritiro dall’Iraq nel 2011 mostrò quanto un ridimensionamento privo di un equilibrio politico stabile possa creare vuoti sfruttabili da attori ostili.

La trasformazione della postura americana dipenderà inoltre dall’esito della guerra, che non appare vicino. I vertici militari avrebbero avvertito che un’ulteriore escalation difficilmente conseguirebbe gli obiettivi dichiarati da Trump. La Casa Bianca starebbe quindi privilegiando la pressione economica, ma la leadership iraniana potrebbe sopportarne i costi per mesi senza cedere.

Nel breve periodo, basi e truppe continueranno a essere esposte. Il personale della Quinta Flotta non dovrebbe rientrare presto nella tradizionale sede in Bahrain, mentre le attività di scorta nello Stretto di Hormuz e le operazioni contro infrastrutture iraniane rendono ancora indispensabili alcune posizioni avanzate.

La questione decisiva non è dunque un semplice ritiro ma il passaggio da una presenza estesa e permanente a una rete più protetta, mobile e condivisa con i partner. Se ben pianificata, questa metamorfosi potrebbe liberare risorse per l’Indo-Pacifico senza abbandonare il Medio Oriente. Se guidata soprattutto dall’urgenza politica o dai costi della ricostruzione, rischierebbe invece di ridurre la deterrenza americana proprio mentre l’Iran ha dimostrato di poter colpire efficacemente l’architettura regionale degli Stati Uniti.

Fonte: CNN – Autori: Katie Bo Lillis e Zachary Cohen

M.E.

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Geostrategic magazine (8 september 2026)

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