(Harsh V. Pant – Observer Research Foundation) Il crescente deficit di munizioni degli Stati Uniti non è semplicemente la conseguenza del conflitto in corso con l’Iran; piuttosto, riflette un più profondo squilibrio strutturale tra le ambizioni strategiche americane e la capacità della sua base industriale della difesa. Decenni di convinzioni post-Guerra Fredda, secondo cui guerre interstatali di vasta portata erano improbabili, hanno incoraggiato le amministrazioni successive a dare priorità all’efficienza rispetto alle nuove capacità. Il risultato è stato un ecosistema industriale ottimizzato per gli approvvigionamenti in tempo di pace piuttosto che per una guerra prolungata e ad alta intensità. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno messo a nudo i limiti di questo modello. Le cause immediate della carenza sono chiare. L’assistenza militare continua all’Ucraina, inclusi milioni di proiettili di artiglieria da 155 mm, intercettori Patriot, missili anticarro Javelin e sistemi missilistici a lancio multiplo guidato (GMLRS), aveva già ridotto le scorte statunitensi. Il continuo sostegno a Israele, le prolungate operazioni contro gli Houthi nel Mar Rosso e, più recentemente, la campagna militare del 2026 contro l’Iran hanno ulteriormente accelerato l’esaurimento delle scorte critiche. Secondo alcune fonti, la campagna contro l’Iran ha consumato una parte significativa di munizioni di precisione avanzate, tra cui missili da crociera Tomahawk, missili Precision Strike Missile (PrSM), intercettori Patriot e THAAD e missili di difesa aerea navale come l’SM-3 e l’SM-6. I tassi di consumo hanno superato di gran lunga i livelli di produzione in tempo di pace, evidenziando la stessa discrepanza tra esigenze operative e produzione industriale.
America’s Munitions Challenge: Industrial Constraints and Strategic Consequences
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