Ad Ankara nasce la Nato post-America

(Carlo Rebecchi)

Sono più di una le ‘lezioni’ che, a giudizio concorde di tutti gli osservatori, i Paesi europei debbono trarre dai risultati del vertice Nato che si è appena svolto in Turchia. La prima è la conferma che Donald Trump è il primo esemplare di una nuova generazione di statisti ‘tuttologi’, che non si occupano più di volta in volta di singoli problemi (la guerra in questo o quel paese, i dazi e così via) ma che mettono sul piatto tutta la posta, sapendo che per l’interlocutore sono ben poche le speranze di potersi imporre sulla nazione più potente del mondo.

La seconda ragione, conseguenza diretta della prima, è che ad Ankara il presidente americano ha potuto, per di più con il pieno consenso degli alleati, portare avanti il progetto, prima di lui sostenuto sia pure con minore forza da altri inquilini della Casa Bianca da Obama in poi, di spostare il peso dei costi finanziari del mantenimento dell’ Alleanza atlantica dal bilancio degli Stati Uniti a quello dei governi europei. Che dalla creazione dell’Alleanza, nel 1949, avevano lasciato che a pagare il conto fossero gli americani.

Per Trump si tratta di un successo importante, soprattuto in vista delle elezioni di mid-term, perché destinato a tradursi in un cospicuo risparmio di cui ogni americano dovrebbe beneficiare. I primi esempi ‘di risparmio’ si vedono già con la guerra in Ucraina. Fino a ieri, a finanziare gli acquisti di armamenti (americani) da usare contro l’aggressore Vladimir Putin erano gli americani stessi. Oggi, a regalare missili e molti altri armamenti all’Ucraina sono ancora gli americani, ma a pagare il conto sono gli alleati, ciascuno dei quali dovrà sborsare (nel 2035) almeno il cinque per cento della propria ricchezza (il PIL).

L’esigenza americana di passare dal ‘burding sharing’ al ‘burden shifting’ (Washington non chiede più di condividere il peso della sicurezza europeo ma, ha spiegato l’ambasciatore Ettore Sequi, ne trasferisce progressivamente la responsabilità agli europei) è legata al nuovo quadro strategico mondiale, ormai realtà, della sfida tra l’America e la Cina per impedire che ‘l’altro’ (oggi concorrente e magari presto socio in affari) prenda il sopravvento.

E’ in questo momento di grandi cambiamenti fino a poco tempo fa per molti addirittura inimmaginabili, da fantascienza, che ad Ankara si somo poste le condizioni, secondo gli analisti, per una Nato ‘post americana’, ancora guidata dagli Stati Uniti ma con dentro più Europa, più tecnologia, più industria: e un territorio di competenza più vasto di prima, dal Baltico al Golfo Persico, di cui è simbolo lo Stretto di Hormuz. L’inserimento, nella dichiarazione finale, della difesa della ‘libertà di navigazione’ significa di fatto che sicurezza, energia e e rotte commerciali non sono separabili.

La diplomazia ruvida ma, visti i risultati, efficace di Trump è stata accolta quasi con sollievo. C’era chi temeva il ritiro immediato e senza spiegazioni di parte dei circa 100mila soldati americani che gli Stati Uniti tengono in Europa per far funzionale la Nato. Il progetto rimane in piedi ‘per fare economie’, ma non è più un irato “noi ce ne torniamo a casa’. L’America ha ottenuto quel che voleva e pagherà il prezzo, per esempio concedendo all’Ucraina di produrre i missili Patriot ed altre armi.

Il campo è libero anche per gli altri paesi europei. Per resistere alla sfida di Putin, l’Unione – di cui fanno parte, se intesa come Occidente, anche Gran Bretagna e Canada – dovrà ridurre le spese inutili, razionalizzare, rinunciare a che ogni membro voglia avere un proprio esercito, spesso ridicolo. Gli europei dovranno produrre e soprattutto coordinarsi di più, per spendere meglio, e il sistema dovrà anche dare ‘un ritorno nazionale’. Chiara in proposito Giorgia Meloni: l’Italia ‘rispetterà i patti’, ha dichiarato, ma le risorse e i profitti ‘devono restare in Italia’.

Latest articles

Related articles