(Maria Eva Pedrerol)
L’intelligenza artificiale continua a rimanere al centro del dibattito internazionale e l’Onu ora lancia l’allarme sull’impatto ambientale ed energetico e le disuguaglianze che scaturiscono dall’utilizzo dell’IA. Intanto Anthropic sorprende tutti chiedendo una pausa globale sullo sviluppo del livello più avanzato di IA.
Da trent’anni, l’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite lavora per valutare le sfide globali che incrociano consumi idrici, ambientali e impatti sulla salute delle popolazioni. Da qui nasce il rapporto “Costo ambientale del consumo energetico dell’IA: impronta di carbonio, acqua e suolo”. Ad oggi è lo studio più completo per quantificare gli impatti negativi dell’IA che non solo ricadono su acqua ed energia, ma anche sulle emissioni di anidride carbonica e sui rifiuti elettronici.
Entro il 2030 – stando allo studio – l’intelligenza artificiale consumerà l’acqua necessaria a 1,3 miliardi di persone e 945 trilioni di watt/ora di elettricità, il triplo di quella usata da 650 milioni di persone tra Pakistan, Nigeria e Bangladesh. L’anno scorso i data center hanno usato nel mondo 448 trilioni di watt/ora e hanno generato 208 milioni di tonnellate di anidride carbonica. E per produrre tutta quella energia sono stati impiegati 4,5 trilioni di litri d’acqua, che viene usata per il raffreddamento dei processori. Se l’aumento della domanda di energia viene coperta da fonti fossili, si potrà tradurre in nuove emissioni di CO2. L’uso delle rinnovabili e reti più robuste ed efficienti possono ridurne l’impatto.
Il rapporto – sottolinea Kaveh Madani, direttore dell’Istituto dell’Università dell’Onu – vuole essere un appello a un utilizzo responsabile dell’IA e non un’accusa. Gli scienziati hanno analizzato alcuni casi concreti. In Irlanda, nel 2023 i data center dell’IA hanno consumato il 21% dell’elettricità nazionale. Nello stesso anno, In Uruguay i progetti per un data center con un alto consumo idrico sono coincisi con un periodo di siccità che ha prosciugato le riserve di Montevideo.
Un’altra questione spesso trascurata riguarda l’hardware necessario a sostenere l’IA. Server, processori, schede e sistemi di archiviazione richiedono grandi quantità di litio, cobalto, gallio e terre rare, con grandi impatti ambientali per la loro estrazioni. In più, queste strutture diventano – a fine vita – residui elettronici. Stando al rapporto Onu, questo settore potrebbe generare fino a 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno. Per non parlare poi dell’inquinamento acustico: i grandi data center si trovano spesso vicino alle abitazioni e possono produrre fino a 96 decibel 24 ore su 24.
Il rapporto sottolinea inoltre le profonde disuguaglianze fra le nazioni: solo 32 Paesi ospitano data center specializzati nel settore e il 90% della capacità di calcolo è concentrato in Cina e Stati Uniti. Più di 150 Paesi, quindi, hanno un accesso limitato o nullo a infrastrutture di calcolo avanzato. Eppure, molte di queste nazioni pagano comunque un prezzo molto alto in costi ambientali e nella gestione dei rifiuti elettronici. “L’’intelligenza artificiale può essere molto utile”, sottolineano gli autori dello studio dell’ Onu che però chiedono alle aziende del settore un approccio responsabile e una guida globale e politica che tenga conto della trasparenza, efficienza, equità e giustizia ambientale.
Nel dibattito entra a gamba tesa proprio una di queste aziende, Anthropic, che ha appena lanciato un appello per una pausa globale nello sviluppo dei modelli di IA più potenti e avanzati. Anthropic non propone una pausa unilaterale che avvantaggerebbe la concorrenza ma si dice propensa a un accordo globale verificabile che coinvolga le principali aziende cinesi e statunitensi. Eppure il Financial Times rivela che alcuni ingegneri di Anthropic stiano già lavorando presso la National Security Agency (NSA) per aiutarla a impiegare Claude Mythos, il loro modello più avanzato e segreto.



