Ha ragione Nathalie Tocci (La Stampa, 6 marzo 2023) a invocare pragmatismo nell’affrontare le questioni internazionali. Ma serve soprattutto la politica, del tutto assente e non da oggi. Serve una politica che sia in grado di fornire, a ciascuno di noi e alle classi dirigenti che deleghiamo a rappresentarci, una bussola geostrategica per navigare nel mare in tempesta che chiamiamo mondo.
Ci manca l’orientamento per problematizzare la globalizzazione che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, portatrice di grandi opportunità ma che oggi mostra limiti evidenti e pericolosi, e il multilateralismo, idealmente ineccepibile ma pragmaticamente impossibile da realizzare. Ciò che viene discusso, nella realtà che evolve/involve, è il senso stesso dell’ordine liberale che pensavamo risolvesse tutti i nostri problemi: ci eravamo illusi che bastasse portare la democrazia e il mercato ovunque perché gli autoritarismi si ammorbidissero e la pace e il benessero trionfassero. E’ stato un triste risveglio l’accorgerci che la storia non era finita, anzi.
Dunque, la storia non è tornata. E’ sempre stata con noi, in mezzo a noi. Eppure non ce ne siamo accorti. Eravamo globalizzati e contenti, multilaterali nell’anima: oggi ci troviamo con una guerra nel cuore dell’Europa, dentro una “terza guerra mondiale a pezzi”, pieni di muri culturali e fisici, minacciati da autoritarismi tutt’altro che ammordibiti, abitanti di democrazie quanto meno in difficoltà (le immagini dell’assalto al Campidoglio, alle istituzioni brasiliane e il crescente astensionismo dovrebbero dirci qualcosa …). In tutto questo, radicalizzate le certezze lineari nelle nostre teste, non è forse il tempo di una diffusa auto-critica e di un lavoro urgente quanto radicale di ri-orientamento ?
Ci vuole complessità nell’approccio. Il mondo non migliorerà nel semplicistico “democrazie vs autocrazie”. Il mondo non migliorerà solo con il pragmatismo e con la competizione. La sfida è aperta e la speranza si chiama politica.
(English version)
Nathalie Tocci (La Stampa, 6 March 2023) is right to call for pragmatism in dealing with international issues. But what is needed above all is politics, which is completely absent, and not just today. What is needed is a politics capable of providing each of us and the ruling classes we delegate to represent us with a geostrategic compass to navigate in the stormy sea of the world.
We lack the orientation to problematise the globalisation that we have known in recent decades, a bearer of great opportunities but which today shows obvious and dangerous limits, and multilateralism, ideally unexceptionable but pragmatically impossible to achieve. What is being debated, in the evolving/involving reality, is the very meaning of the liberal order that we thought solved all our problems: we had deluded ourselves that it was enough to bring democracy and the market everywhere for authoritarianisms to soften and peace and good will to triumph. It was a sad awakening to realise that history was not over, quite the contrary.
So, history has not returned. It has always been with us, in our midst. Yet we did not realise it. We were globalised and happy, multilateral in our souls: today we find ourselves with a war in the heart of Europe, inside a ‘third world war in pieces’, full of cultural and physical walls, threatened by authoritarianisms that are anything but appeased, inhabitants of democracies that are at least in difficulty (the images of the assault on the Capitol Hill, the Brazilian institutions and the growing abstentionism should tell us something …). In all this, having radicalised the linear certainties in our heads, is it not time for a widespread self-criticism and an urgent and radical re-orientation?
Complexity in approach is needed. The world will not improve in simplistic ‘democracies vs. autocracies’. The world will not improve with pragmatism and competition alone. The challenge is open and the name of hope is politics.