Migrazioni: all’incontro tra politica e complessità – Migrations: politics meets complexity

Quando, di fronte al fenomeno strutturale ed epocale delle migrazioni, si propongono soluzioni come “bloccare le partenze” è ben chiara l’assenza di visione politico-strategica.

Almeno in Italia, il confronto partitico sulle migrazioni è disarmante: non c’è, o viene accantonata per ragioni di consenso elettorale, la consapevolezza che la mobilità umana “costretta” è un tema centrale in questo millennio dalla crescente complessità.

Occorre, anzitutto, un approccio contestuale. In un mondo tutt’altro che pacificato, dove i conflitti si radicalizzano e diventano guerre (intra-statuali e non), la disperazione diventa atto estremo d’amore nell’abbandonare una terra non più vivibile, per varie ragioni. Che sia per la guerra, per la povertà e le insopportabili disuguaglianze, per l’ impatto dei cambiamenti climatici o per la mancanza di libertà in regimi autocratici, poco importa. La dignità offesa o negata diventa bisogno di ritrovarla.

Dobbiamo fare i conti, nel futuro già presente, con il fatto che questi fenomeni sono destinati ad aumentare. Ciò significa che le nostre società democratiche, vissute dalla maggior parte degli autoctoni (anche comprensibilmente) come “proprie” patrie, vivono – e sempre di più vivranno – radicali trasformazioni antropologiche. Le città già si presentano come laboratori di convivenza e i governi (a ogni livello) devono e dovranno affrontare l’incontro, potenzialmente esplosivo, tra il disagio e le paure degli autoctoni e il disagio e le paure di chi viene da altre parti del mondo. Il rischio è che si accrescano le distanze, e si incattiviscano i conflitti, tra chi già vive “dentro” e chi “viene da fuori”.

Per non sbagliare l’obiettivo, occorre che le classi dirigenti diano per scontato che, rispetto alle migrazioni, è finita la fase dell’emergenza. La questione si sposta sul piano della sostenibilità politico-strategica del mondo e dei mondi.

L’arte del governo politico deve incontrare l’approccio complesso. La questione migrazioni non può più essere affrontata separando i diversi aspetti: c’è una commistione di dinamiche che, essendo compresenti, agiscono, interagiscono e retroagiscono.

Attraverso le migrazioni possiamo comprendere la necessità di agire dall’alto e nel profondo. Ragioni geostrategiche si calano nei territori e diventano trasformazione degli assetti sociali, delle relazioni sociali, problematizzazione delle certezze culturali, convivenza di differenze. Se tutto questo non viene governato politicamente, in situazioni di fragilità il rischio – come accade – è che le differenze (in società già stanche e disuguali) vengano utilizzate come armi in “guerre” tra poveri.

Nel futuro già presente, lavoriamo su una domanda strategica: quale diventa, dentro la megacrisi de-generativa e in conseguenza di migrazioni strutturali, la forma di una sovranità complessa, intelligente e creativa, davvero politica ?

(English version)

When, in the face of the structural and epoch-making phenomenon of migrations, solutions such as ‘stopping the departures’ are proposed, the absence of a political-strategic vision is very clear.

At least in Italy, the party confrontation on migration is disarming: there is no awareness, or it is set aside for reasons of electoral consensus, that ‘forced’ human mobility is a central theme in this millennium of increasing complexity.

What is needed, first of all, is a contextual approach. In a world that is far from pacified, where conflicts radicalise and become wars (intra-state and otherwise), desperation becomes an extreme act of love in abandoning a land that is no longer livable, for various reasons. Whether it is because of war, poverty and unbearable inequalities, the impact of climate change or the lack of freedom in autocratic regimes, it matters little. Offended or denied dignity becomes a need to find it again.

We have to reckon with the fact that these phenomena are bound to increase in the future already present. This means that our democratic societies, experienced by most natives (also understandably) as ‘their’ homelands, are experiencing – and will increasingly experience – radical anthropological transformations. Cities already present themselves as laboratories of coexistence, and governments (at every level) must and will have to deal with the potentially explosive encounter between the discomfort and fears of the natives and the discomfort and fears of those from other parts of the world. The risk is that distances will increase, and conflicts will fester, between those who already live ‘inside’ and those who ‘come from outside’.

In order not to miss the target, the ruling classes must consider  that, with respect to migrations, the emergency phase is over. The question shifts to the level of the political-strategic sustainability of the world and worlds.

The art of political governance must meet the complex approach. The migration issue can no longer be approached by separating the different aspects: there is a mixture of dynamics that, being co-present, act, interact and retroact.

Through migrations, we can understand the need to act from above and deep within. Geostrategic reasons descend into territories and become transformation of social arrangements, social relations, problematisation of cultural certainties, coexistence of differences. If all this is not governed politically, in situations of fragility the risk – as it happens – is that differences (in already tired and unequal societies) are used as weapons in ‘wars’ between the poor.

In the future that is already present, let us work on a strategic question: what becomes, within the de-generative megacrisis and as a consequence of structural migrations, the form of a complex, intelligent and creative sovereignty that is truly political?

 

 

Marco Emanuele
Marco Emanuele è appassionato di cultura della complessità, cultura della tecnologia e relazioni internazionali. Approfondisce il pensiero di Hannah Arendt, Edgar Morin, Raimon Panikkar. Marco ha insegnato Evoluzione della Democrazia e Totalitarismi, è l’editor di The Global Eye e scrive per The Science of Where Magazine. Marco Emanuele is passionate about complexity culture, technology culture and international relations. He delves into the thought of Hannah Arendt, Edgar Morin, Raimon Panikkar. He has taught Evolution of Democracy and Totalitarianisms. Marco is editor of The Global Eye and writes for The Science of Where Magazine.

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