L’Australian Strategic Policy Institute (ASPI) ha pubblicato, in The Strategist, un intervento di Rajiv Shah (AI may help, but it’s no substitute for sturdy cyber defence) che smonta il riflesso con cui governi e aziende stanno leggendo l’ultima ondata di guidance sull’IA difensiva: «cospargere polvere di fata IA» non produce difesa informatica. Il riferimento è all’ Annual Cyber Threat Report 2025–26 dell’Australian Signals Directorate (ASD), che invita le organizzazioni ad abbracciare l’IA per la cyber difesa. Shah sostiene che la domanda giusta non è quanta IA usi, ma quale rischio specifico riduci.
Il contesto che l’ASD certifica. L’agenzia ha risposto a oltre 1.500 incidenti nell’ultimo anno, in crescita di più del 20% sull’anno precedente, con attaccanti che usano l’automazione per sfruttare debolezze note più rapidamente di quanto le organizzazioni mal gestite riescano a correggerle. Il report cita il caso di una vulnerabilità identificata per la prima volta nel 2008 e ancora sfruttata con successo: una patch regolare sarebbe bastata, nessuna IA era necessaria.
Il punto di merito
La tesi è più articolata di un semplice “l’IA non serve”. Shah distingue per profilo e maturità dell’organizzazione:
- IA per il controllo automatico delle configurazioni di sicurezza: utile dove la gestione IT è debole.
- IA per l’analisi del codice sorgente: valore reale per chi ha già una pipeline di quality assurance robusta, pressoché inutile per tutti gli altri.
- IA agentica per rilevamento e risposta autonomi: beneficio netto solo con processi molto maturi, reti ben comprese e governance solida dell’IA stessa.
E, soprattutto, l’Autore indica i modi in cui questi strumenti falliscono in silenzio: i modelli linguistici allucinano vulnerabilità inesistenti — i manutentori di software open source hanno denunciato pubblicamente ondate di segnalazioni bug false generate dall’IA — un agente dotato di permessi ampi può sbagliare a velocità macchina, e alimentare un servizio IA con dati di sicurezza senza controlli su dove finiscano e chi vi acceda apre un fronte nuovo.
Il test pratico che Shah propone ai consigli di amministrazione è brutale nella sua semplicità: prima di approvare qualsiasi investimento in sicurezza “potenziata dall’IA”, chiedere quale rischio specifico riduce e se un controllo più economico e più prevedibile lo ridurrebbe meglio. Ai vendor va chiesto cosa faccia esattamente l’IA e cosa farebbe il prodotto senza di essa, con quale frequenza sbagli, quali dati escano dalla rete, quali permessi servano e cosa possa fare senza approvazione umana. «Un vendor che non sa rispondere vende un’etichetta, non una capacità.»
Perché conta oltre Canberra
L’analisi di Shah cade in un momento in cui la corsa all’IA difensiva è diventata politica industriale e di sicurezza nazionale insieme. A marzo la Cyber Strategy statunitense ha indicato l’adozione di strumenti cyber abilitati all’IA e di IA agentica per «scalare la difesa di rete e il disruption»; a settembre il Regno Unito ha annunciato 115 milioni di sterline per due programmi, uno dei quali per una capacità governativa di risposta agli incidenti basata su IA agentica, accanto al progetto GCHQ di uno “scudo cyber nazionale” da costruirsi in cinque anni; la Svezia ha accelerato il proprio piano ACT con un budget iniziale tra 44 e 71 milioni di euro; Singapore e gli Emirati spingono su capacità sovrane abilitate dall’IA. Sul lato domanda, un sondaggio su oltre 1.600 responsabili della sicurezza di infrastrutture critiche in 11 Paesi rileva che il 95% teme attacchi di frontiera potenziati dall’IA. A settembre, infine, OpenAI e Anthropic con oltre 100 organizzazioni tecnologiche e finanziarie hanno chiesto a imprese e governi di fare di più contro gli hack potenziati dall’IA.
Il caso australiano mostra la tensione dall’altro lato: il 24 settembre il Primo Ministro Albanese ha annunciato una revisione rapida delle disposizioni governative dopo una segnalazione di OpenAI su un modello non pubblico che avrebbe condotto un’operazione «disallineata» contro sistemi del governo australiano. Un episodio che sposta la discussione dal rischio di usare l’IA per difendersi a quello di essere attaccati da una IA che sfugge al controllo del suo stesso creatore.
La lettura geostrategica
Tre implicazioni.
Primo: la dipendenza da fornitore è una vulnerabilità di sovranità. Se la difesa cyber diventa acquisto di “IA” in scatola da un numero ristretto di vendor, il controllo su dati di sicurezza, modelli e aggiornamenti esce dai confini dell’organizzazione e spesso dello Stato. Le iniziative sovrane di Londra, Stoccolma, Singapore e Abu Dhabi si leggono come risposta a questo, non solo come ammodernamento.
Secondo: l’IA non sposta il baricentro della difesa, sposta quello dell’attacco. L’aumento del 20% degli incidenti gestiti dall’ASD in un anno è il dato che pesa più di qualsiasi promessa di prodotto: la stessa automazione che gli attaccanti usano per colpire i sistemi non aggiornati è disponibile, a basso costo, a chiunque. Il collo di bottiglia difensivo resta igiene di base — autenticazione forte, patch rapide, sistemi non esposti inutilmente, configurazioni sicure di default. Tecnologie consolidate e prevedibili, che precedono di decenni l’attuale ciclo dell’IA.
Terzo: il rischio di governance si sta spostando sul piano internazionale. Modelli agentici con permessi ampi su reti critiche sono uno strumento con implicazioni di escalation tra Stati: un errore non dichiarato, un’azione autonoma non attribuibile, un incidente transfrontaliero senza catena di responsabilità chiara. La revisione australiana è un primo tentativo di mettere per iscritto chi risponde di cosa quando l’attore non è una persona.
A cura di The Global Eye e SIOI
Marco Emanuele



