India, interessi corporate e politica estera: la tesi del “polyalignment”

L’analisi di Aaron Magunna (University of Queensland), per East Asia Forum (India’s polyalignment follows the money), propone una lettura in controtendenza del “polyalignment” indiano: la capacità di Delhi di intrattenere rapporti simultanei con Stati Uniti, Cina, Russia ed Europa non sarebbe il frutto di una dottrina strategica coerente, ma il riflesso di interessi corporate concorrenti. Il comportamento esterno dell’India andrebbe cioè letto come il prodotto di dinamiche economiche interne.

Dalla metà degli anni Settanta, e con accelerazione dopo la liberalizzazione degli anni Ottanta e Novanta, il capitale privato indiano ha acquisito un peso crescente nella formulazione delle politiche. L’elezione di Modi nel 2014 ha intensificato il processo: i rapporti costruiti da Modi quand’era chief minister del Gujarat con Gautam Adani (Adani Group) e Mukesh Ambani (Reliance Industries) si sono tradotti in un’influenza strutturale sulle scelte di Delhi.

Secondo Magunna il settore in cui la dinamica è più visibile è quello delle infrastrutture. Di fronte all’espansione cinese in Asia meridionale attraverso la Belt and Road Initiative, il governo Modi ha aumentato la spesa in aiuti esteri per competere con Pechino — promuovendo al contempo l’Adani Group in progetti spesso controversi. Ma il rapporto funziona in entrambe le direzioni: se Modi si appoggia ad Adani per perseguire obiettivi strategici, Adani sfrutta la propria posizione per avanzare gli interessi commerciali del conglomerato. È il caso del corridoio India–Medio Oriente–Europa (IMEC), che utilizzerebbe porti in India, Grecia e Israele nei quali l’Adani Group detiene partecipazioni.

Da qui la conclusione dell’autore: dove gli interessi corporate e quelli statali convergono, la politica indiana appare coerente; dove divergono, si frammenta. Il “polyalignment” non sarebbe una strategia, ma un esito.

Verifica dei principali riferimenti fattuali

Il quadro è più mosso di quanto l’analisi di Magunna lasci intendere, e su tre punti va aggiornato.

Il dazio russo-oil non esiste più. Il sovrapprezzo del 25% sui prodotti indiani, annunciato con l’ordine esecutivo 14329 del 6 agosto 2025 e applicato dal 27 agosto di quell’anno, è stato eliminato dall’ordine esecutivo 14384 firmato il 6 febbraio 2026, in parallelo a un’intesa commerciale bilaterale annunciata il 2 febbraio. Il quadro è però fragile: il tasso reciproco ridotto al 18% non è mai entrato in vigore, e il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema statunitense ha stabilito che l’IEEPA — la base giuridica di entrambe le misure — non autorizza quei dazi. L’intesa resta un framework non firmato, mentre Washington ha aggiunto un ulteriore 10% su base Section 301.

I progetti Adani citati come esempio di proiezione strategica sono in gran parte naufragati. L’articolo nomina Kenya, Bangladesh e Sri Lanka senza dire come sia andata. Il Kenya ha annullato nel novembre 2024 — dopo l’incriminazione di Adani negli Stati Uniti — le intese per oltre 2,5 miliardi di dollari; nel febbraio 2026 la Kenya Airports Authority ha confermato formalmente la cancellazione del progetto JKIA da 258 miliardi di scellini, e a giugno 2026 l’appalto per l’aeroporto di Nairobi è stato assegnato a una società cinese, per circa 2,9 miliardi di dollari. Il Bangladesh ha visto un panel nazionale rilevare a gennaio 2026 che il contratto Godda era sovrapprezzato, con “serie anomalie” nelle procedure di gara. Sri Lanka aveva già revocato a gennaio 2025 l’accordo di acquisto di energia con Adani Green. Più che il segno della capacità di Delhi di orientare gli esiti, questi casi leggono come la prova del contrario: quando l’iniziativa privata va storta, il progetto-Paese salta con essa — e la tesi di Magunna ne esce rafforzata.

L’IMEC resta politicamente bloccato. Annunciato al G20 di Nuova Delhi il 9 settembre 2023, non ha superato lo stadio delle dichiarazioni politiche: nessun impegno di finanziamento vincolante e nessun calendario di costruzione, con il segmento terrestre attraverso Israele e Giordania congelato dall’ottobre 2023. Sul piano della proprietà i fatti confermano l’analisi: Adani Ports, in consorzio con il gruppo israeliano Gadot, ha acquisito il porto di Haifa nel 2022, con concessione fino al 2054. Due precisazioni utili: il porto di Haifa è il collo di bottiglia della rotta per capacità (circa 1,5 milioni di TEU annui), e il Pireo — spesso evocato come snodo greco dell’IMEC — è controllato dal cinese COSCO, non da Adani.

Sul lato del finanziamento allo sviluppo i numeri vanno in direzione opposta alla narrazione. Il bilancio indiano 2026-27 assegna all'”Aid to Countries” circa 637 milioni di dollari, con un taglio netto degli aiuti al Bangladesh (dimezzati, da 120 a 60 crore di rupie) e aumenti a Bhutan, Nepal e Sri Lanka. Non è un’espansione, è una razionalizzazione con priorità. Va detto però che l’evidenza accademica sostiene la tesi di fondo di Magunna: lo studio AidData/Kiel su 2.333 province in 123 Paesi trova che l’Exim Bank indiana localizza un progetto con probabilità significativamente maggiore dove la Cina ha finanziato l’anno precedente.

Il pivoting verso l’Europa è invece confermato e ora ha una data. Le trattative per l’accordo di libero scambio UE-India, avviate nel 2007, sospese nel 2013 e riaperte nel 2022, sono state chiuse il 27 gennaio 2026; l’11 settembre 2026 la Commissione ha trasmesso al Consiglio la proposta di firma, e la firma è attesa a Bruxelles il 16 dicembre 2026. Copre circa 2 miliardi di persone e un quarto del PIL mondiale, ed è il maggiore accordo commerciale mai concluso da entrambe le parti.

Perché conta

Tre implicazioni operative.

Prevedibilità. Se le decisioni di Delhi sono mediate da attori privati con agende proprie, la continuità non è garantita dalle intenzioni del governo. La categoria di “strategic autonomy” rischia di sovrastimare la coerenza del posizionamento indiano.

Corridoi come piattaforme di valorizzazione. IMEC non è solo uno strumento geopolitico: è un veicolo di interessi aziendali specifici. Il suo stallo non è quindi solo un problema politico — è anche un problema di incentivi, perché il principale beneficiario privato non ha modo di monetizzare un progetto senza calendario.

Per l’Europa. L’avvicinamento con Delhi è reale e in fase avanzata. Ma il caso Adani-Kenya mostra che cosa succede quando il partner indiano è un conglomerato con un’esposizione legale e reputazionale internazionale: la variabile corporate va mappata, non assunta come sfondo.

A cura di The Global Eye e SIOI

Marco Emanuele

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