Sfere d’influenza: il ‘900 che ritorna

Nei colloqui diplomatici di queste settimane è riemersa un’idea che sembrava archiviata con il Novecento: un vertice tra grandi potenze sul modello di Yalta, inteso non come conferenza di pace ma come reciproco riconoscimento di sfere di influenza. È una suggestione che circola da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, e che il trumpismo porta con sé quasi come tratto costitutivo: la rivendicazione del proprio dominio e la concessione altrui come moneta di scambio.

Nel disegno implicito, gli Stati Uniti disporrebbero del continente americano — Groenlandia e Cuba incluse — la Cina del quadrante asiatico, Taiwan compreso, e la Russia dello spazio post-sovietico: oggi l’Ucraina, domani eventualmente i Paesi baltici. È il Graal del realismo geopolitico, un Risiko che non prevede la volontà dei popoli come variabile.

Chi muove, chi attende

A rilanciare il tema sarebbe stata Mosca, calcolando una finestra limitata: prima che il peso delle elezioni di midterm consumi il margine di manovra del secondo mandato americano. L’ipotesi di un vertice a tre USA–Russia–Cina resta non confermata, ma il gioco a tre è già nelle cose — lo si collochi a margine del summit APEC del 18 e 19 novembre, o del G20 di dicembre. Pechino, secondo questa lettura, non ha fretta: l’interesse cinese è lasciare che sia Washington a bruciare risorse e credibilità.

L’elenco degli indicatori da seguire è già denso: la revoca di sanzioni alla Russia firmate dalla stessa amministrazione americana, un controverso accordo sul diesel con Mosca, la richiesta di rimozione di Volodymyr Zelensky, la pressione su Kyiv perché cessi gli attacchi alle raffinerie russe — cioè perché rinunci alla sua arma più efficace — e lo stop alla condivisione dei dati di intelligence che in Ucraina significano vite umane. Sul fronte degli inviati, Jared Kushner e Steve Witkoff operano in un intreccio di interessi privati e diplomazia parallela che merita di essere seguito con attenzione.

La parte che riguarda l’Europa

L’Europa non è esclusa dal tavolo: è il tema sul tavolo. La formula circolata — attribuita al canadese Mark Carney — la vuole “nel menu”, non tra i commensali.

Il parallelo storico più utile non è però Yalta 1945. Allora Roosevelt e Churchill fronteggiavano il totalitarismo di Stalin in nome di un Occidente libero; oggi un’America che ha smarrito quella legittimità morale sembra ammiccare a una Cina egemone, con la Russia in posizione di junior partner. Se il paragone regge, quello che si profila non è un appeasement delle democrazie davanti al despota di turno, ma qualcosa di più grave: l’adesione a un modello di ordine internazionale in cui la forza definisce il diritto.

Cosa guardare a breve

Tre cose, in ordine di rilevanza. Primo: se l’ipotesi del vertice a tre si materializza in un incontro reale, e con quale formato — perché un bilaterale non è un vertice, e la differenza è tutta politica. Secondo: se lo stop alla condivisione di intelligence con Kiev diventa strutturale o resta una leva negoziale temporanea, perché da questo dipende la tenuta del fronte ucraino sul terreno. Terzo: se l’Europa produce una voce autonoma prima di trovarsi di fronte a un fatto compiuto. Su quest’ultimo punto, il tempo non è una risorsa illimitata.

Fonte principale: Goffredo Buccini, No, non è una nuova Yalta, Corriere della Sera, 2 novembre 2026

A cura di The Global Eye e SIOI

Marco Emanuele

 

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