E’ un triste trasloco: scatoloni, fogli gettati via per sempre, computer staccati. L’ultimo giornale libero della Russia,
‘Novaya Gazeta’, chiude, dopo essere stata inserita nella lista dei nemici dello Stato.
Nel grande edificio modernista nel cuore di Mosca, in cui c’era un’ex tipografia, la redazione tra poco non esisterà più. C’è un cartello stradale: “Piazza Politkovskaya”, intitolata ad Anna Politkovskaya, la giornalista del quotidiano, uccisa vent’anni fa proprio nel mese di ottobre.
I giornalisti si salutano tra loro, un cameraman riprende gli ultimi giorni dell’ultimo organo di informazione liberale in Russia. Dmitry Muratov, editore di Novaya Gazeta e premio Nobel per la Pace, era in viaggio verso Parigi proprio per commemorare l’assassinio di Politkovskaya quando ha saputo che il giornale sarebbe stato sfrattato dall’edificio che occupava da trent’anni e che i suoi canali finanziari sarebbero stati bloccati.
Secondo l’Economist, il 26 ottobre, Muratov e il direttore Sokolov hanno riunito il personale e hanno deciso che era giunto il momento di chiudere il giornale che aveva iniziato l’attività nel 1993. Venerdì 30 ottobre la testata indipendente ha annunciato sul proprio sito che cesserà le attività: “Siamo stati uccisi. Il 9 novembre spegneremo le luci del nostro giornale”.
I giornalisti di Novaya Gazeta denunciavano la violenza dello Stato sin dalla guerra in Cecenia. Allora, nel 2004, Politkovskaya scriveva: “Ce l’ho con Putin”. Il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Putin, fu uccisa a colpi d’arma da fuoco mentre entrava nel suo condominio.
Come ricorda l’Economist, fu Novaya Gazeta a rivelare che nel 2014 a combattere nel Donbass era l’esercito regolare russo, e non separatisti ribelli. Il giornale fu il primo a riferire che il gruppo mercenario Wagner era controllato da Evgeny Prigozhin, che in seguito guidò un ammutinamento contro Putin e morì poco dopo in un incidente aereo. Nel 2018, Prigozhin fece recapitare corone funebri e teste di ariete mozzate alla redazione del giornale.
Note anche le posizioni del giornale sull’ Ucraina. Il giorno dopo che Putin ordinò l’invasione, Novaya Gazeta uscì in russo e in ucraino con il titolo “Russia. Bombe. Ucraina”. Giorni dopo, quando il Cremlino criminalizzò la parola “guerra” e impose di fatto la censura militare, il giornale pubblicò un’edizione con il titolo “Niente parole” in prima pagina, seguita da fogli bianchi e i distributori smisero di consegnarlo alle edicole.
Dopo l’invasione, due terzi della redazione del giornale si trasferirono in Lettonia e fondarono Novaya Gazeta Europe. Muratov e una trentina di altri decisero di rimanere a Mosca. Impossibilitati a seguire la guerra in Ucraina, si dedicarono a raccontarne le conseguenze in Russia.
La Gazeta cesserà le proprie attività tra 10 giorni. Per l’ONU “è un altro colpo devastante per i media indipendenti rimasti nella Federazione Russa”, ha dichiarato Volker Türk, Alto commissario per i diritti umani.
Anche il Comitato norvegese per il Nobel, che cinque anni fa assegnò il prestigioso riconoscimento a Muratov, fa sapere che “la chiusura è un duro colpo alla libertà di espressione e al diritto dei cittadini all’informazione”, ha dichiarato in un comunicato il presidente del comitato, Jørgen Watne Frydnes.
A rimanere ora è solo una pietra proveniente dall’isola di Solovetsky, sede di uno dei primi gulag, collocata nel “giardino di Anna”, un’aiuola davanti all’edificio del giornale.
Marzia Giglioli



