Le rivolte di piazza dei giovanissimi diventano il nuovo ring dei leader mondiali. Putin dichiara, in una intervista televisiva riportata dalla Tass, che le accuse rivolte alla Russia per i disordini nei Paesi europei dimostrano “la debolezza e l’incapacità di alcuni dei loro leader di assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo”. Si accavallano i sospetti di interferenza e diverse fonti europee e indagini (rilanciate anche dal Financial Times) hanno sollevato il dubbio di possibili ingerenze online o operazioni ibride di disinformazione provenienti da attori esterni come Mosca.
Giorni fa, Emmanuel Macron ha rimproverato i leader mondiali per aver fatto “commenti inaccettabili e persino stupidi” sulle rivolte in Francia. Trump ha attribuito la responsabilità delle violenze agli immigrati (e implicitamente agli errori di una politica sbagliata e permissiva), affermazione che Macron ha definito “completamente falsa”.
Molti analisti concordano sul fatto che le piazze esprimano il lento declino delle forme centriste con la sostituzione delle forme estremiste.
Ma c’è anche l’identificazione del “nichilismo delle piazze” a descrivere l’ondata di proteste studentesche e giovanili che ha infiammato Parigi e poi le altre piazze, e che è arrivata anche in Italia. L’analisi di sociologi e politologi spazia anche nel definirla, questa piazza invasa e devastata dai gjovanissimi, una forma di rabbia liquida, caratterizzata dall’assenza di bandiere, leader o rivendicazioni costruttive.
Le mobilitazioni giovanili, che hanno assunto ormai proporzioni imponenti stanno lì’ a significare che molto è stato ignorato, anche la previsione dei livelli estremi della protesta e la violenza urbana di questi giorni. Si incrociano le opinioni, si cerca di capire e, gioco forza, si cerca di reprimere. Il politologo Marc Lazar identifica le azioni di questi giovani come “un profondo nichilismo politico”, un totale rifiuto verso i partiti e le istituzioni. La distruttività delle piazze viene interpretata come una scarica emotiva collettiva, alimentata dai social che suggestionano e moltiplicano la rabbia informe (forse pilotata).
Quello che sicuranente emerge è che si è certamente di fronte a una disintegrazione sociale e alla perdita dei legami e delle appartenenze tradizionali: tutto puo’ accadere. La rabbia pura che si scaglia contro i simboli del consumo o del patrimonio comune è per ora priva di una ideologia strutturata, ma forse c’e’ qualcos’altro che ancora non ha un nome.
Dietro gli assalti violenti c’è, ed e’ vero, il nichilismo dei “like”, ma l’ errore è considerare la protesta di giovani e giovanissimi una manifestazione di rabbia informe senza cause condivise. Le mobilitazioni si organizzano rapidamente tramite chat crittografate (come Telegram) e attirano una galassia eterogenea di studenti, anche con seconde e terze generazioni di immigrati, senza un progetto politico. A loro la politica non interessa, non la riconoscono, attaccano le “assenze” e i simboli di una società che non li ascolta e dove spicca
la crisi dei soggetti educativi, a partire dalla scuola.
Ci piace chiamarla rabbia liquida, perchè ciò che sta accadendo non ha ancora un nome. Siamo di fronte alla “decomposizione delle appartenenze”, come qualcuno ha già scritto ma anche qui c’è il limite della non definizione.
Milano è come Parigi, il nesso esiste, e a fare da miccia non c’è solo l’integrazione che è rimasta uno slogan vuoto, c’è una ferita sociale che va affrontata, che non si riduce al nichilismo ma che può tradursi piuttosto in desiderio . E’ questo che va interprerato: il desiderio collettivo, che non è solo generazionale, ma esigenza estesa e profonda. La piazza è anche forma estrema di riappropriazione del futuro e desiderio di trasformazione radicale.
Frange violente distruggono le vetrine, incendiano le scuole, il loro è vandalismo e crimine: ma non c’è’ solo questo tra i ragazzi di Parigi e delle altre piazze. Non è dissertazione filosofica se si tratti di nichilismo o di desiderio, è ricerca per una definizione che ancora manca ma che le piazze stanno esprimendo per una ipotesi morale di futuro diverso.
Marzia Giglioli



