La Serbia dopo Vučić / Serbia after Vučić

Dopo due anni di mobilitazione studentesca nata dal crollo della pensilina della stazione di Novi Sad (1º novembre 2024, sedici vittime), in Serbia la Lista degli Studenti ha vinto le elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre 2026 con il 52,7% dei voti e 139 seggi su 250 — una maggioranza assoluta che consente di governare senza coalizioni. L’affluenza ha superato il 70%, il livello più alto da oltre trent’anni. Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta poche ore dopo la chiusura dei seggi, prima che arrivassero le proiezioni. Il movimento ha 90 giorni dall’insediamento del parlamento per formare un governo, ma non ha ancora un candidato premier designato.

Il significato della vittoria

Il risultato non costituisce una semplice alternanza. È la fine di un sistema di potere personale durato oltre un decennio, costruito su un apparato partitico e su una rete di clientele economiche. Che un movimento orizzontale, senza struttura di partito e composto in larga parte da accademici e professionisti, abbia ottenuto una maggioranza assoluta al primo tentativo elettorale indica che il collasso del consenso era più profondo di quanto le rilevazioni suggerissero. La vittoria è soprattutto un voto di rigetto: gli elettori hanno premiato un soggetto privo di programma dettagliato perché i partiti consolidati erano percepiti come parte del sistema che volevano punire.

Il punto di fragilità è speculare al punto di forza. L’assenza di leadership riconosciuta ha reso possibile l’unità durante la protesta — nessun capo da cooptare, da delegittimare o da arrestare — ma diventa un vincolo operativo ora che servono decisioni, gerarchie e responsabilità nominabili. La scadenza dei 90 giorni trasforma un vantaggio tattico in una prova di tenuta.

Le fratture interne

La lista raccoglie posizioni che vanno da sensibilità liberal-europeiste a istanze nazional-conservatrici, tenute assieme da un’istanza anti-corruzione e non da una visione di politica estera. È una composizione che gli analisti descrivono come trasversale, e che trova conferma in un dato verificabile: il rifiuto delle sanzioni alla Russia convive, nello stesso programma, con l’adozione dei valori democratici europei. Le linee di faglia sono almeno tre:

  • Russia. Il movimento mantiene la posizione di non adesione alle sanzioni, motivandola con l’argomento che le sanzioni sono un gesto politico e non uno strumento di risoluzione. È una posizione compatibile con l’opinione pubblica serba, ma incompatibile con l’allineamento richiesto dal percorso di adesione all’UE.
  • Kosovo. Il rifiuto di riconoscere l’indipendenza resta in linea con la posizione ufficiale serba dal 2008 — quindi un elemento di continuità più che di rottura, ma un ostacolo strutturale all’avanzamento negoziale con Bruxelles.
  • Rapporto con l’UE. L’adozione di valori democratici europei non si traduce automaticamente in una politica estera filo-europea, e il programma resta vago sulle priorità internazionali.

La dimensione esterna

Per Bruxelles la Serbia è un candidato che non ha mai chiuso la partita sull’allineamento sanzionatorio, sul Kosovo e sulla dipendenza energetica dalla Russia. Un governo tecnico uscito da una protesta civica sarebbe probabilmente più affidabile sul piano della rule of law e della trasparenza negli appalti — le richieste centrali della campagna — ma non necessariamente più allineato sui dossier strategici. L’UE ha interesse a sostenere la transizione istituzionale senza pretendere una conversione di politica estera che il nuovo esecutivo non può consegnare senza spaccarsi.

Per Mosca, la caduta di Vučić non è di per sé una perdita: Belgrado non ha mai aderito alle sanzioni, e il Cremlino ha già dichiarato di voler mantenere e sviluppare i rapporti, contando anche sulla permanenza di Vučić sulla scena politica. Un governo internamente diviso può rivelarsi più permeabile di un esecutivo monolitico. Per Washington, che osserva il dossier balcanico con priorità altrove, l’elemento rilevante è la stabilità regionale più che l’orientamento del nuovo governo — con un interesse concreto e immediato nel dossier NIS, dove la permanenza delle importazioni di greggio dipende da deroghe statunitensi.

Sul piano regionale l’effetto più concreto è dimostrativo: la Serbia era il caso di consolidamento autoritario più citato nei Balcani occidentali. Una transizione riuscita cambierebbe il calcolo politico in Bosnia, in Montenegro e in Nord Macedonia; una transizione fallita, seguita da frammentazione o da un ritorno dell’establishment precedente, rafforzerebbe l’argomento che l’alternanza non paga.

I vincoli materiali

Il movimento ha vinto su un’agenda di trasparenza: appalti pubblici, audit dei progetti finanziati dallo stato, pubblicazione di contratti e gare. Sono obiettivi verificabili e tecnicamente realizzabili, ma richiedono il controllo di un apparato amministrativo che resta in gran parte popolato da nominati del sistema precedente. La riforma giudiziaria e la riorganizzazione dei media pubblici sono i terreni dove la resistenza istituzionale sarà più efficace e meno visibile. A questo si aggiungono i vincoli macroeconomici: crescita dipendente dagli investimenti esteri, diaspora come fonte di valuta, e una spesa pubblica difficile da comprimere senza costo sociale.

Prospettive

Lo scenario più probabile a breve termine è un governo di esperti con un premier di compromesso, programma minimo centrato su anti-corruzione e trasparenza, e rinvio delle scelte di politica estera. La variabile decisiva non è il risultato elettorale ma la capacità del movimento di trasformare un consenso negativo in struttura di governo entro i 90 giorni.

Tre incognite meritano attenzione. Primo: se la lista si spacca su un dossier identitario — Russia o Kosovo — la maggioranza si riduce o cade, e con essa la credibilità dell’intera esperienza. Secondo: la reazione delle reti di potere e degli interessi economici legati al sistema precedente, che possono agire per via amministrativa, giudiziaria o mediatica senza bisogno di tornare alle urne. Terzo: la tenuta della mobilitazione civica dopo la vittoria — storicamente il momento in cui i movimenti nati dalla piazza perdono il collante.

Il rischio opposto, simmetrico, è che un esecutivo tecnico senza base partitica venga percepito come paralizzato: la stessa assenza di leader che ha protetto il movimento dalla cooptazione può renderlo incapace di decidere. La finestra utile è breve e coincide con i primi mesi di legislatura.

(English version) 

In Serbia, after two years of student mobilization born from the collapse of the Novi Sad station canopy (1 November 2024, sixteen victims), the Student List won the snap parliamentary elections of 25 October 2026 with 52.7% of the vote and 139 seats out of 250 — an absolute majority that allows it to govern without coalitions. Turnout exceeded 70%, the highest level in over thirty years. Aleksandar Vučić conceded defeat a few hours after the polls closed, before the projections came in. The movement has 90 days from the parliament’s inauguration to form a government, but it still has no designated prime ministerial candidate.

The meaning of the victory

The result does not constitute a simple change of government. It is the end of a system of personal power that lasted over a decade, built on a party apparatus and on a network of economic clienteles. That a horizontal movement, without a party structure and composed largely of academics and professionals, obtained an absolute majority at its first electoral attempt indicates that the collapse of consensus was deeper than the polling suggested. The victory is above all a rejection vote: voters rewarded a subject with no detailed program because the established parties were perceived as part of the system they wanted to punish.

The point of fragility is the mirror image of the point of strength. The absence of a recognized leadership made unity possible during the protest — no leader to co-opt, to delegitimize or to arrest — but it becomes an operational constraint now that decisions, hierarchies and nameable responsibilities are needed. The 90-day deadline turns a tactical advantage into a test of endurance.

The internal fractures

The list gathers positions ranging from liberal-European sensibilities to national-conservative demands, held together by an anti-corruption impulse rather than by a foreign policy vision. It is a composition that analysts describe as cross-cutting, and that is confirmed by a verifiable fact: the refusal of sanctions on Russia coexists, within the same program, with the adoption of European democratic values. The fault lines are at least three:

Russia. The movement maintains its position of non-adherence to sanctions, justifying it with the argument that sanctions are a political gesture and not an instrument of resolution. It is a position compatible with Serbian public opinion, but incompatible with the alignment required by the path to EU accession. Kosovo. The refusal to recognize independence remains in line with the official Serbian position since 2008 — therefore an element of continuity rather than rupture, but a structural obstacle to negotiating progress with Brussels. Relationship with the EU. The adoption of European democratic values does not automatically translate into a pro-European foreign policy, and the program remains vague on international priorities.

The external dimension

For Brussels, Serbia is a candidate that has never closed the file on sanctions alignment, on Kosovo and on energy dependence on Russia. A technical government emerging from a civic protest would probably be more reliable on rule of law and transparency in public procurement — the central demands of the campaign — but not necessarily more aligned on strategic dossiers. The EU has an interest in supporting the institutional transition without demanding a foreign policy conversion that the new executive cannot deliver without splitting apart.

For Moscow, Vučić’s fall is not in itself a loss: Belgrade has never joined the sanctions, and the Kremlin has already stated that it wants to maintain and develop relations, counting also on Vučić’s continued presence on the political scene. An internally divided government may prove more permeable than a monolithic executive. For Washington, which follows the Balkan dossier with priorities elsewhere, the relevant element is regional stability rather than the new government’s orientation — with a concrete and immediate interest in the NIS dossier, where the continuation of crude oil imports depends on US exemptions.

At the regional level, the most concrete effect is demonstrative: Serbia was the most cited case of authoritarian consolidation in the Western Balkans. A successful transition would change the political calculus in Bosnia, Montenegro and North Macedonia; a failed transition, followed by fragmentation or a return of the previous establishment, would strengthen the argument that alternation does not pay.

The material constraints

The movement won on an agenda of transparency: public procurement, audits of state-funded projects, publication of contracts and tenders. These are verifiable and technically achievable objectives, but they require control of an administrative apparatus that remains largely populated by appointees of the previous system. Judicial reform and the reorganization of public media are the ground where institutional resistance will be most effective and least visible. To this are added macroeconomic constraints: growth dependent on foreign investment, the diaspora as a source of currency, and public spending difficult to compress without social cost.

Prospects

The most likely short-term scenario is a government of experts with a compromise prime minister, a minimal program centered on anti-corruption and transparency, and the postponement of foreign policy choices. The decisive variable is not the electoral result but the movement’s ability to transform a negative consensus into a structure of government within 90 days.

Three unknowns deserve attention. First: if the list splits over an identity dossier — Russia or Kosovo — the majority shrinks or falls, and with it the credibility of the entire experience. Second: the reaction of the power networks and economic interests tied to the previous system, which can act through administrative, judicial or media channels without needing to return to the polls. Third: the endurance of civic mobilization after the victory — historically the moment when movements born from the square lose their binding force.

The opposite, symmetrical risk is that a technical executive without a party base is perceived as paralyzed: the same absence of leaders that protected the movement from co-optation may render it incapable of deciding. The useful window is short and coincides with the first months of the legislature.

Primary source: After More Than A Decade Of Vucic, What Comes Next For Serbia?, Ljudmila Cvetkovic and Nevena Bogdanovic, RFE/RL, 26 october 2026

Edited by The Global Eye and SIOI

Marco Emanuele 

 

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