Il Kazakistan riafferma i legami energetici con la Russia

Il 7 ottobre 2026 il Parlamento kazako (Kurultai) ha ratificato un protocollo che rinnova fino al 1° gennaio 2028 l’accordo intergovernativo con la Russia sulla fornitura di petrolio e prodotti petroliferi. Il protocollo resuscita un’intesa del 2013 scaduta il 1° gennaio 2024: mantiene la coordinazione annuale dei bilanci di fornitura e gli scambi di dati, consente ad Astana di importare prodotti petroliferi russi senza dazi e prevede la lavorazione di greggio russo nella raffineria di Kondensat, nel Kazakistan occidentale, co-proprietà russa di cui il Kazakistan trattiene il 30 percento della produzione.

Perché conta

Il Kazakistan è il più grande Paese senza sbocco al mare del mondo e dipende dalle infrastrutture altrui per raggiungere i mercati. Circa l’80 percento delle sue esportazioni di petrolio passa dal Caspian Pipeline Consortium (CPC), oltre 1.500 chilometri dai giacimenti caspici al terminal di Iuzhnaia Ozereevka, a sudovest di Novorossiisk. Nel 2025 il tubo ha movimentato un record di 70,52 milioni di tonnellate, di cui 62,8 dai tre giacimenti maggiori — Tengiz, Kashagan e Karachaganak. A questo si aggiunge il terminal Sheskharis, sempre a Novorossiisk, gestito da una controllata di Transneft, con capacità di circa 700.000 barili al giorno.

Il paradosso della dipendenza condivisa

La struttura azionaria del CPC rende la rotta un interesse occidentale oltre che russo: compagnie russe al 36,5 percento, Kazakistan al 20,75, Chevron al 15, ExxonMobil (via Mobil) al 7,5, più Lukoil, Rosneft-Shell Caspian Ventures ed Eni. Washington ha esentato il CPC dalle sanzioni sul petrolio russo, e il tubo trasporta circa il 2 per cento del greggio mondiale giornaliero. È una infrastruttura che nessuno dei due blocchi ha interesse a far saltare — e che per questo è un bersaglio tanto più appetibile per chi vuole alzare il costo del conflitto senza distruggere il quadro sanzionatorio.

Le rotte alternative sono marginali

Nel 2025 circa 11,1 milioni di tonnellate sono andate via Atyrau–Samara verso la rete Transneft, 19,5 milioni via il tubo Kazakistan–Cina (incluso greggio russo in transito) e solo 3,2 milioni attraverso il porto caspico di Aktau, in parte per trasbordo verso l’Azerbaigian e il corridoio Baku–Tbilisi–Ceyhan. Sommate, le vie non russe restano una frazione del totale, e nessuna è oggi scalabile nel breve periodo: la Trans-Caspian, il BTC e la rotta verso la Cina richiedono capacità, investimenti e accordi che non esistono.

L’attrito ucraino

Kiev ha colpito petroliere dirette verso il terminal CPC di Novorossiisk, poi ha accettato di non attaccare le infrastrutture CPC né navi non russe, purché non sanzionate e non cariche di greggio o merci russe. Il 25 agosto 2026 il ministro dell’Energia Erlan Akkenzhenov ha stimato in circa 3,5 milioni di tonnellate il costo degli attacchi per il 2026, con il piano di produzione tagliato a 96 milioni di tonnellate rispetto ai 99,55 dell’anno prima. Lo stesso giorno ha dichiarato la disponibilità kazaka a fornire petrolio alla Russia nonostante le sanzioni occidentali.

La lettura geostrategica

Astana pratica da anni una politica multivettoriale: membro dell’EAEU e dell’OCS, ma anche partner commerciale di UE, Cina, Turchia e Stati Uniti. La ratifica di ottobre mostra però dove il multi-vettorialismo cede. Il Kazakistan rafforza i legami energetici con Mosca non per preferenza ideologica ma per assenza di alternative fisiche: quando la rotta d’uscita è una sola, chi la controlla determina i termini dello scambio. Il rinnovo dell’accordo compra stabilità operativa immediata e consegna in cambio una dipendenza strutturale che il Cremlino può usare come leva politica quando vuole. Il paradosso è che la minaccia ucraina, pensata per colpire il bilancio russo, colpisce anche — e forse più — la capacità negoziale kazaka: ogni danno al CPC rende Astana più, non meno, bisognosa di Mosca, perché Mosca resta l’unico garante di quella rotta. È una dinamica che si autoalimenta e che l’Occidente, con l’esenzione sanzionatoria, ha scelto di non interrompere.

Cosa aspettarsi

Consolidamento, non rottura. Il nuovo accordo scade a fine 2027. Nei prossimi mesi è ragionevole attendersi una ulteriore integrazione operativa: più greggio russo lavorato a Kondensat, più scambi di dati e bilanci coordinati, e probabilmente nuovi accordi di transito a condizioni dettate da Mosca. Astana continuerà a rivendicare pubblicamente la propria neutralità mentre il peso economico si sposta verso est.

Attacchi come variabile di prezzo. Se i colpi ucraini alle infrastrutture meridionali riprendono, la stima di 3,5 milioni di tonnellate perse nel 2026 è un pavimento, non un tetto: ogni ulteriore taglio si rifletterà subito su volumi e introiti fiscali kazaki. Il vero indicatore da seguire non è il prezzo del Brent ma la frequenza e l’efficacia degli attacchi a Iuzhnaia Ozereevka e Sheskharis.

La Trans-Caspian resta un progetto, non una soluzione. Ci si può attendere più retorica che sostanza: accordi quadro con Azerbaigian, Turchia e UE, studi di capacità, dichiarazioni congiunte. Chiudere il divario con l’80 percento di dipendenza dal CPC richiede volumi che quelle rotte non hanno. Il Kazakistan non diverrà indipendente dalla Russia sul petrolio entro il 2028.

Il test per l’Occidente. Chevron ed ExxonMobil hanno un interesse diretto e quantificabile nel CPC. Se Washington volesse ridurre la leva russa su Astana, la strada non è sanzionare il consorzio ma finanziare capacità alternativa — e nessun segnale recente indica che sia una priorità.

Scenari. Nel caso migliore, tregua sugli attacchi alle infrastrutture e transito stabile a volumi pieni. Nel caso intermedio, attacchi intermittenti con perdite ricorrenti, produzione kazaka intorno ai 96 milioni di tonnellate e rapporti con Mosca sempre più asimmetrici. Nel caso peggiore, un danno strutturale al terminal di Novorossiisk o al tratto russo del CPC, con conseguente paralisi di fatto della principale via d’esportazione kazaka e un Kazakistan costretto a scegliere tra subordinazione a Mosca e a Pechino. È quest’ultimo lo scenario che sposta davvero gli equilibri dell’Asia centrale — e il rinnovo di ottobre non lo allontana.

Analisi basata su Kazakhstan Reaffirms Russian Energy Ties as Ukrainian Drones Hit Oil Exports, John C. K. Daly, The Jamestown Foundation, 21 ottobre 2026

A cura di The Global Eye e SIOI

Marco Emanuele 

 

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