I rapporti tra Stati Uniti e Ucraina peggiorano, tra la reciproca sfiducia di Trump e Zelensky

Il fine settimana del 17–19 ottobre 2026 ha prodotto la rottura più profonda nell’asse Washington–Kyiv da diciotto mesi a questa parte. L’Ucraina ha lanciato uno dei suoi maggiori attacchi con droni dell’anno colpendo il terminal petrolifero di San Pietroburgo — infrastruttura da 12,5 milioni di tonnellate annue — in aperta violazione della richiesta di Trump di cessare i colpi sulle raffinerie russe. Trump ha replicato definendo Zelensky un interlocutore più difficile di Putin e sostenendo che il presidente ucraino «non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto».

Il punto geostrategico non è lo scontro verbale, ma la struttura di incentivi che esso rivela: Washington sta concedendo a Mosca senza chiedere contropartite verificabili, mentre comprime la capacità coercitiva di Kyiv. Il risultato è che l’Ucraina paga il prezzo della diplomazia americana, la Russia ne incassa i benefici, e nessuno dei due si avvicina a una pace sostenibile.

1. La frattura nei tre dossier critici

L’analisi di Lister e Tarasova-Markina per CNN individua tre terreni di attrito che si sostengono a vicenda.

Condivisione d’intelligence. Il dossier più grave sul piano militare. Zelensky ha dichiarato che Kyiv non ha ricevuto alcun preavviso degli attacchi balistici della notte di domenica, e che la cosa si è ripetuta più volte nell’arco della settimana. Il segretario di Stato Marco Rubio ha respinto l’accusa: «Non so da dove prenda queste cose o perché le dica alla stampa. Non c’è stata alcuna pausa.» Il disaccordo è sull’oggetto, non sulla sostanza — le due parti non stanno nemmeno negoziando la stessa domanda. In parallelo, Zelensky ha descritto le limitazioni di velocità imposte al sistema Starlink per i droni a corto raggio come «un messaggio dal governo americano», accusa che l’amministrazione nega. Le reti satellitari americane restano il pilastro dell’allerta antimissilistica ucraina: ridurne il flusso significa degradare direttamente la protezione della popolazione civile.

Sanzioni. Il 16 ottobre Trump ha concesso una deroga per le esportazioni di diesel russo e un’esenzione della Russia dalle sanzioni economiche ampie imposte dal Congresso. La motivazione dichiarata è negoziale — «non voglio fare nulla che allontani scioccamente la Russia dal tavolo del negoziato» — ma il vincolo reale è interno: i prezzi del diesel sono a livelli record e le elezioni di midterm incombono. Qui la variabile geostrategica è elettorale americana, non ucraina. Zelensky ha sostenuto che le deroghe rafforzano la guerra di Putin proprio mentre Mosca fallisce sul campo.

Attacchi all’energia russa. È il dossier in cui la contraddizione si fa più netta. Una settimana fa Trump aveva annunciato un presunto accordo russo-ucraino per cessare i colpi reciproci sull’infrastruttura energetica. Né Kyiv né Mosca lo hanno mai confermato. L’Ucraina ha sospeso brevemente i colpi; la Russia non ha mai smesso di colpire energia e città ucraine. Il conto di Zelensky è preciso e verificabile nella sua formulazione: «Da quando il presidente americano ha annunciato il cessate il fuoco energetico una settimana fa, la Russia ha deliberatamente attaccato i settori energetico, petrolifero e del gas ucraini 76 volte.» Il Cremlino ha negato l’esistenza stessa dell’intesa, con Lavrov che ha dichiarato che «non ci sarà alcun cessate il fuoco».

Il quadro che emerge è un accordo mai esistito, attribuito unilateralmente da Washington, violato solo da una parte, e usato per chiedere all’altra di fermarsi. 

2. La dimensione psicologica del rapporto

L’analisi di CNN colloca il rapporto «al punto più basso dal colloquio esplosivo alla Casa Bianca di diciotto mesi fa». Le schermaglie pubbliche sono significative perché segnalano che la comunicazione tra i due leader è diventata ostile in modo strutturale, non episodico.

Trump ha definito Zelensky più difficile da trattare di Putin. Zelensky ha replicato che «è meglio avere partner molto aperti e chiari che avere coloro che sono assassini, anche con un sorriso sul volto» — riferimento trasparente al rapporto di Trump con la Russia. Alla domanda se Trump fosse un alleato dell’Ucraina, Zelensky ha risposto: «Spero di sì.»

Sul piano operativo, tuttavia, i canali restano aperti: Zelensky ha riferito di aver parlato domenica con l’inviato Steve Witkoff e con il genero di Trump, Jared Kushner, nel quadro di una «comunicazione senza sosta». Questa è la tensione centrale del momento: canali tecnici funzionanti dentro un rapporto politico in frantumi. È una configurazione che produce accordi fragili, revocabili e non vincolanti per le parti.

Emergono con chiarezza anche i parametri ucraini: Zelensky si dichiara disponibile a negoziare a condizione che la sicurezza dell’Ucraina sia garantita, e definisce un eventuale schieramento americano a fianco della Russia un «errore storico».

3. Il vertice trilaterale: la mossa più pericolosa

Il dossier più destabilizzante è la possibile riunione a tre tra Stati Uniti, Russia e Cina il mese prossimo, senza coinvolgimento ucraino. Rubio ha dichiarato da Tashkent che «si è parlato di un incontro», senza confermare che sia stato finalizzato. Il Cremlino ha precisato che «nessuna proposta concreta o accordo — né sull’incontro stesso né sulla sua agenda — è stata discussa o avanzata da alcuno».

La reazione ucraina è stata netta. Il ministro Sybiha: un incontro trilaterale tra Ucraina, Stati Uniti e Russia potrebbe aiutare a chiudere la guerra prima; un incontro tra Russia, Cina e Stati Uniti «farebbe soltanto l’opposto: incoraggiare Putin a continuare questa guerra». E ancora: «Invitare Putin a un simile incontro alimenterebbe il suo appetito di auto-esaltazione e gli conferirebbe uno status che non merita.»

La posta in gioco è la struttura del negoziato. Un formato a tre che escluda Kyiv sposta la questione ucraina dal piano della sovranità territoriale al piano della sistemazione tra grandi potenze — esattamente il quadro che Mosca persegue dall’inizio dell’invasione. Putin ha già rifiutato ogni incontro diretto con Zelensky fuori da Mosca. La sequenza è coerente: ogni concessione americana eleva il prezzo che Mosca chiede per sedersi al tavolo, e ogni rifiuto europeo o ucraino viene presentato come ostacolo alla pace.

4. Il campo di battaglia e la dimensione tecnica

Sul piano militare l’analisi conferma un pattern che merita attenzione analitica.

L’attacco su San Pietroburgo ha colpito, oltre al terminal, un centro logistico di Ozon e un data center della piattaforma VKontakte. Un morto e cinque feriti, con danni ad abitazioni residenziali. La scelta dei bersagli non è casuale: petrolio, logistica e infrastruttura digitale compongono un bersaglio coerente — la base economica e organizzativa della guerra russa.

Le limitazioni su Starlink rappresentano il vincolo tecnico più insidioso. Zelensky le descrive come limitanti la velocità dei droni a corto raggio e da campo di battaglia. È un intervento che colpisce esattamente la fascia di capacità in cui l’Ucraina ha costruito il proprio vantaggio asimmetrico del 2026 — la difesa a bassa quota e l’intercettazione.

Il quadro complessivo è quello di una pressione coordinata su tre assi — intelligence, sanzioni, capacità tecnica — esercitata dal patrono sul proprio alleato nel momento in cui l’alleato mantiene l’iniziativa sul terreno. Zelensky sostiene che le deroghe rafforzano Putin «mentre Mosca fallisce sul campo di battaglia»: questa è la chiave dell’intera analisi.

5. Perché la configurazione è instabile

Quattro fattori di rischio convergenti:

  • Asimmetria delle concessioni. Washington concede senza contropartite russe verificate; ogni ciclo eleva le richieste di Mosca e riduce lo spazio negoziale ucraino.
  • Vincolo elettorale americano. La pressione sui prezzi del diesel come variabile politica interna introduce un driver che non risponde alla logica del conflitto e che ha una scadenza propria.
  • Erosione della difesa aerea ucraina. Il venir meno dell’allerta satellitare e la scarsità di intercettori aprono una finestra in cui la Russia può infliggere danni massimi all’infrastruttura civile, con effetti diretti sulla resilienza invernale.
  • Rischio di architettura negoziale sbagliata. Un formato trilaterale senza Kyiv non porrebbe fine alla guerra: la congelerebbe a condizioni dettate da Mosca, lasciando un contenzioso territoriale irrisolto in Europa orientale.

La tesi di fondo che emerge dall’analisi di CNN è che le due capitali vedono percorsi incompatibili verso lo stesso obiettivo dichiarato. Washington cerca un risultato negoziale rapido e gestibile sul piano interno. Kyiv cerca garanzie di sicurezza che rendano la fine della guerra sostenibile nel tempo. Tra queste due posizioni non esiste, al momento, terreno comune.

Analisi basata su US-Ukraine relationship worsens amid Trump and Zelensky’s mutual distrust, Tim Lister e Daria Tarasova-Markina, CNN, 19 ottobre 2026

A cura di The Global Eye e SIOI

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