Sulla base di un’analisi di Stephen Collinson, per CNN, del 12 ottobre 2026 – Russia deal, execution plans and deportations tell a defining tale about Trump and power
Un’analisi di politica interna usa tre dossier per raccontare il rapporto di Trump con il potere. Letti in chiave geostrategica, dicono che non si tratta di tre crisi separate ma di tre manifestazioni dello stesso fenomeno — la sostituzione della potenza strutturale americana con la volontà personale del presidente.
Il diesel russo: la fine del regime sanzionatorio come regime
L’accordo sul diesel è la notizia con il peso geostrategico maggiore: smantella il regime sanzionatorio internazionale, offre a Putin una vittoria propagandistica e apre una frattura profonda con gli alleati NATO.
Il punto di svolta non è la merce — i primi volumi di raffinato non cambiano i destini della guerra. È la natura del meccanismo. Dal 2022 l’Occidente ha costruito il fronte sanzionatorio su una premessa: le sanzioni sono un regime, cioè un insieme di regole che si applicano indipendentemente dalla convenienza tattica del momento, e la loro forza sta proprio nell’essere sottratte alla discrezionalità politica. Una leva discrezionale è negoziabile; un regime no. Riaprire unilateralmente un canale commerciale con un belligerante — sulla base di una telefonata — converte il regime in leva, e una leva si aziona e si disaziona a seconda di cosa serve in casa.
Tre conseguenze, in ordine di gravità:
- Il segnale a Mosca è che il costo delle sanzioni è comprabile. Putin ottiene ossigeno su un settore — la raffinazione — che è stato il bersaglio principale della campagna ucraina a lungo raggio. Ma il guadagno è ambiguo: se il flusso è stato concesso, può essere revocato, e la dipendenza commerciale resta un’arma in mano a Washington. Mosca ci guadagna tatticamente e ci perde strutturalmente, perché impara che il canale dipende dall’umore di un uomo.
- La frattura con l’Europa è il costo vero. L’UE ha speso quattro anni a fare dell’embargo sul raffinato russo un pilastro della pressione su Mosca. Una riapertura americana verso il mercato globale — quindi anche verso i mercati dove l’Europa compete — svuota la coerenza del fronte nel momento in cui Mosca è accusata di sabotaggi, molestie e violazioni dello spazio aereo europeo, con il ministro della Difesa olandese che la definisce “il nostro nemico”. Un’alleanza che scopre di non controllare la leva economica principale del proprio avversario non è un’alleanza indebolita: è un’alleanza ricattabile.
- La richiesta a Kiev di sostituire Zelensky è il passaggio che qualifica tutto il resto. Non è più una questione di merce: è la richiesta di un cambio di regime in un paese aggredito, formulata come condizione di Mosca. Insieme al mancato via libera alla produzione di Patriot da parte di Kyiv, il quadro che si compone non è quello di un mediatore — è quello di un attore che condivide gli obiettivi dell’aggressore e usa la propria leva per imporli.
La spiegazione interna è legittima e va presa sul serio. Il diesel ha toccato livelli record, ha colpito l’agricoltura americana, ha spinto su i prezzi alimentari — e la causa principale è la guerra americana contro l’Iran. L’imperativo politico interno è reale. Il problema geostrategico è che il costo viene fatto pagare all’alleanza, cioè all’unico asset che non si ricostruisce con un decreto.
E c’è un dettaglio che vale più di tutto il resto: nello stesso giorno in cui consegnava una vittoria a un presunto criminale di guerra, Trump definiva il mancato Nobel per la Pace una vergogna. È il ritratto di una politica estera che non persegue un ordine internazionale, ma una validazione personale — con i dossier internazionali trattati come materiale per la propria narrativa.
L’esecuzione in streaming: reputazione come risorsa strategica
Il caso Hasan funziona, in chiave geostrategica, come prova di un teorema: quanto vale il capitale morale americano, e quanto è facile spenderlo?
La differenza tra la pena di morte — che gli Stati Uniti applicano, e che il repubblicanesimo tradizionale difende senza esitazioni — e l’esecuzione pubblica e trasmessa è tutta in un fattore che non è giuridico ma comunicativo. Il deputato repubblicano Austin Scott dice che trasmettere le esecuzioni in streaming “è ciò che fanno i jihadisti. L’America è meglio di questo”. Il senatore Chris Murphy si chiede se stiamo imitando “le esecuzioni dell’ISIS”, aggiungendo che le esecuzioni pubbliche sono “medievali”. Il senatore John Curtis avverte che “una civiltà si erode quando coltiva l’appetito per le esecuzioni come forma di intrattenimento”.
Qui la posta non è la morale in astratto, è la posizione degli Stati Uniti nella gerarchia della legittimità internazionale. Washington ha speso vent’anni a costruire la propria credibilità sul differenziale tra sé e gli attori che eseguono pubblicamente — Iran, talebani, Hamas, l’IS. È un differenziale che serve a reclutare partner, a ottenere basi, a firmare accordi di intelligence con Paesi che hanno vincoli politici interni sulla cooperazione. Se lo Stato che rivendica quella differenza adotta la stessa grammatica visiva degli avversari, non perde solo una disputa morale: perde un moltiplicatore di potenza.
E il rischio segnalato dall’analisi — consegnare a Hasan il martirio che cercava — è la declinazione operativa dello stesso problema: la trasmissione non è solo una perdita di capitale reputazionale, è un trasferimento di capitale simbolico all’avversario. Lo Stato paga per produrre il martire che il nemico cercava.
Il fatto che alcuni repubblicani siano critici è la spia più interessante: il partito si sta spaccando sulla domanda “quanto costa la reputazione rispetto a quanto rende la durezza”. È, in miniatura, la stessa tensione del diesel russo.
Le deportazioni e la violenza in pubblico: il monopolio della forza senza il vincolo
Il terzo dossier, il caso Belgal nel Bronx, è quello in cui la dimensione geostrategica passa in secondo piano e viene sostituita da una questione che ha però un impatto esterno diretto: come appare il monopolio legittimo della forza quando il vincolo procedurale svanisce.
I precedenti sono gli episodi di violenza federale degli ultimi mesi, dagli agenti che sparano senza uniforme ai casi che hanno preceduto l’ultimo, quello di Oscar Belgal — colpito al collo con un bambino di cinque anni in auto. Sul suo profilo penale le fonti ufficiali parlano di una condanna per furto aggravato e di precedenti per droga, armi e rapina, mentre i suoi legali contestano la ricostruzione federale e un giudice ha bloccato la deportazione mentre la procura locale esamina la condotta degli agenti. E la risposta istituzionale: il segretario alla Sicurezza Interna che dice che la colpa è della vittima, “un teppista, un membro di gang”.
Il punto non è stabilire chi abbia ragione sul singolo episodio. Il punto è la dottrina implicita: la forza viene usata per esibizione, non per necessità, e la giustificazione arriva dopo, ex post, insieme a un’etichetta sul bersaglio. Questo è esattamente il meccanismo che Hegseth rivendica per l’esecuzione — le persone devono capire che ci sono conseguenze serie — applicato a un livello diverso.
Il sondaggio Pew Research di maggio è il contrappeso politico: circa metà degli americani ritiene che l’amministrazione faccia “troppo” sulle deportazioni, ma tra i repubblicani la quota scende a circa un quinto. C’è quindi una base elettorale per cui la durezza paga; e c’è una maggioranza nazionale per cui comincia a costare. I midterm saranno il test.
La sintesi: un Paese che si comporta come il proprio presidente
I tre dossier vengono accostati per raccontare “Trump e il potere”. In chiave geostrategica la lettura è più stretta: i tre casi sono tre variazioni della stessa sostituzione.
Nel caso del diesel russo, un regime sanzionatorio costruito per durare viene convertito in leva discrezionale, e il prezzo lo paga la credibilità dell’alleanza atlantica. Nel caso dell’esecuzione trasmessa, un vincolo giuridico viene convertito in comunicazione politica, e il prezzo lo paga il capitale morale americano, cioè il moltiplicatore reputazionale su cui Washington costruisce coalizioni. Nel caso delle deportazioni, il monopolio della forza perde il vincolo procedurale, e il prezzo lo paga la legittimità dello stato di diritto, dentro e fuori i confini.
Il filo che li tiene insieme è il criterio di decisione. In tutti e tre i casi la decisione non è presa in base a una regola che vincola anche il decisore, ma in base a un effetto desiderato nel momento. Una sanzione revocata dopo una telefonata, un’esecuzione trasmessa per mandare un messaggio, uno sparo giustificato a posteriori: sono tutti atti che funzionano se il resto del mondo si adatta alla discrezionalità, e falliscono se il resto del mondo, invece, pianifica.
E qui sta il vero rischio asimmetrico. Un avversario può convivere con un attore imprevedibile — ne approfitta. Un alleato no: un alleato ha bisogno di sapere cosa succede domani per poter coordinare la propria politica industriale, energetica e di difesa. Per l’Ucraina significa che il sostegno non è una garanzia ma un favore rinnovabile. Per l’Europa significa che il fronte sanzionatorio è dettato dal ciclo politico americano. Per Tokyo, Seoul, Canberra e la rete di basi significa ricalcolare il valore dell’ombrello americano con uno sconto di prevedibilità.
Il vero indicatore da guardare non è se il diesel arriverà o se la fucilazione andrà in onda. È se le regole continuano a funzionare malgrado la retorica: se il quadro sanzionatorio produce ancora designazioni, se la magistratura mantiene il vincolo sull’esecuzione, se i procedimenti interni limitano l’uso della forza. Se sì, la personalizzazione è uno stile; se no, è strutturale. Il resto — il Nobel mancato, gli slogan, le battute — è rumore.
The Global Eye è in partnership con SIOI



