La notizia riportata da RFE/RL — la chiusura da parte di OpenAI di un’operazione d’influenza iraniana che ha piazzato quasi un centinaio di articoli, firmati da sette false identità giornalistiche, in una dozzina di testate statunitensi e internazionali — merita di essere letta non come un episodio di cronaca tecnologica, ma come un cambio di fase nella guerra dell’informazione.
Il punto non è che Teheran abbia usato ChatGPT. Il punto è come lo abbia usato. La novità non sta nella produzione di contenuti — la propaganda iraniana produce contenuti da decenni — ma nell’abbattimento della barriera che separava l’operatore di propaganda dal prodotto editoriale credibile. Per collocare un pezzo su una testata occidentale servono tre cose: una lingua madre convincente, una voce autoriale coerente nel tempo, e la capacità di parlare il gergo del dibattito pubblico americano. Sono tre competenze che richiedono anni di addestramento umano e che un modello linguistico comprime in un prompt.
Perché «Ervin B. Hoskins» è più pericoloso di un bot
La struttura dell’operazione mostra una comprensione sofisticata del ciclo editoriale occidentale. Le firme false non pubblicavano su canali marginali e riconoscibili — non tweet, non blog anonimi, non forum — ma su servizi di distribuzione di opinioni come PeaceVoice, che opera come ponte verso testate piccole e medie. Questa è la parte geostrategicamente rilevante: l’operazione ha scelto l’anello debole della catena di validazione giornalistica, non quello debole della credibilità.
Un servizio di syndication di op-ed è, per definizione, un intermediario che si fida dei propri contributori. Il suo modello di business è la distribuzione, non la verifica biografica. E il piccolo outlet che ripubblica un pezzo di opinione non ha né le risorse né l’incentivo per risalire all’identità di un freelance che scrive di geopolitica con tono competente. In un sistema dove la credibilità si eredita per trasferimento — il pezzo è credibile perché lo ha pubblicato una testata che a sua volta si fida del distributore — basta compromettere un solo nodo per inquinare una rete.
Ed è esattamente ciò che OpenAI descrive: vittime ignare, dipendenti ed editori, usati come intermediari inconsapevoli. L’agente dell’influenza non deve più convincere il lettore finale. Deve convincere un solo redattore stanco, e il resto del percorso si compie da sé.
Il salto dalla quantità alla plausibilità
Collocare l’operazione al quarto grado della Breakout Scale di OpenAI — su sei — aiuta a inquadrare la portata. Non siamo davanti a una campagna che ha «bucato» il dibattito pubblico nazionale, ma nemmeno a rumore irrilevante. Il livello quattro implica contenuto che è stato ripreso fuori dal bacino originario: la soglia in cui la propaganda smette di essere contenimento e diventa contaminazione.
Il dato più significativo è qualitativo, non quantitativo. Sessanta articoli scritti a mano da un operatore esperto avrebbero avuto un tasso di rifiuto editoriale alto e un’impronta stilistica riconoscibile. Cento articoli generati hanno permesso di sostenere sette personalità distinte in parallelo, ciascuna con una linea coerente, in più lingue, mantenendo toni e posizioni compatibili con il dibattito interno del paese bersaglio. È questa sostenibilità nel tempo — non il volume — la capacità operativa nuova che l’AI ha consegnato agli attori statuali.
Il posizionamento narrativo: non disinformazione, ma deviazione
C’è un dettaglio che distingue questa operazione dalla disinformazione classica e che spesso sfugge nell’analisi. I pezzi attribuiti a Hoskins non affermavano falsità verificabili. Sostenevano che gli Stati Uniti fossero l’aggressore, che Israele fosse un alleato inaffidabile, che l’Iran fosse l’underdog che resiste. Sono posizioni discutibili, non fabbricazioni.
È una scelta deliberata e strategicamente superiore alla menzogna. Una falsità fattuale è vulnerabile a una smentita puntuale, e la smentita innesca il meccanismo di correzione. Una cornice interpretativa plausibile non è smentibile: è già dentro lo spettro del dibattito legittimo occidentale, occupa uno spazio che esiste e che è abitato da voci autentiche. L’obiettivo non è far credere il falso, ma spostare il centro di gravità di ciò che sembra ragionevole discutere — e nel caso specifico, erodere la tenuta della coalizione politica domestica statunitense attorno a un conflitto in corso da sette mesi.
In questo senso l’operazione non è mai stata pienamente fuori posto nelle testate che l’hanno pubblicata. È stata accolta perché suonava come una voce che quelle testate già ospitano. Il difetto è che dietro non c’era nessuno.
La simmetria che RFE/RL mette in pagina
Il dettaglio più interessante dell’articolo è il riferimento al report di Anthropic del mese precedente, che documentava l’uso di Claude e Gemini da parte di istituzioni statuali iraniane per campagne di «cognitive warfare» e, cosa distinta, per operazioni di sorveglianza facilitate dall’AI contro minoranze etniche e dissidenti.
Mettendo i due elementi in sequenza emerge un quadro a due facce: la stessa tecnologia che abilita la proiezione esterna di narrativa abilita anche il controllo interno. Non sono due fenomeni separati con la stessa causa tecnica — sono due funzioni complementari dello stesso dispositivo di potere. La propaganda verso l’esterno e la sorveglianza verso l’interno sono tradizionalmente costose e separabili; l’AI le rende entrambe scalabili con lo stesso team, gli stessi strumenti, la stessa infrastruttura.
E qui arriva l’avvertimento più prezioso dell’articolo, quello dell’osservatrice dei diritti digitali in Iran: i regimi autoritari usano la lotta alla disinformazione come pretesto per la censura e la sorveglianza. Questa è la trappola geostrategica in cui l’Occidente rischia di cadere. Ogni nuovo report di OpenAI o Anthropic che documenta abusi è genuinamente utile — è la trasparenza che tiene in piedi il sistema — ma produce anche munizioni normative per chi vuole giustificare chiusure, controlli d’identità, sospensioni.
La questione di fondo: chi custodisce la soglia
La domanda che questa vicenda pone non è tecnica. È politico-istituzionale. Se la soglia tra propaganda di Stato e giornalismo autentico viene presidiata da laboratori privati — che rilevano, pubblicano e sospendono account secondo proprie metriche e secondo un proprio modello di valutazione dell’impatto — allora una funzione di ordine pubblico globale è di fatto delegata a soggetti commerciali non eletti e non sottoposti a scrutinio democratico.
Non è un’accusa a OpenAI, che ha reso un servizio pubblico pubblicando il report. È l’osservazione di un vuoto. I meccanismi oggi disponibili per colmarlo sono, per ora, largamente inadeguati a scalare: il quadro europeo sul Digital Services Act impone obblighi di valutazione del rischio sistemico e di trasparenza alle piattaforme molto grandi, ma non copre né le operazioni di influenza condotte su piccole testate né la fase di attribuzione, dove la responsabilità resta un processo statale lento e politicizzato. Dal lato opposto, l’attribuzione pubblica di una campagna richiede settimane, quando il ciclo dell’informazione ne concede ore. Il risultato è che la difesa effettiva ricade, di fatto, sui laboratori di sicurezza delle aziende di AI — quattro o cinque soggetti che oggi svolgono un ruolo di rilevamento che nessuna istituzione democratica ha il mandato né la capacità di replicare.
Cosa resta da fare, qui e ora
La lezione operativa per l’Europa — e per l’Italia, dove le testate piccole e medie di geopolitica hanno un peso crescente e risorse di verifica decrescenti — è che la difesa non può essere tecnologica. Non esiste un rilevatore affidabile. Esiste solo la resilienza redazionale: verifica dell’identità dei contributori, diffidenza verso le biografie non verificabili, cura del passaggio di consegne nella catena di syndication.
Il report di OpenAI non deve diventare l’ennesimo richiamo a una vigilanza astratta. Deve diventare una procedura. La vulnerabilità è organizzativa, prima che algoritmica, e pertanto si chiude con prassi, non con software.
(Geostrategic Commentary)
Fonte: Frud Bezhan and Sindre Langmoen/RFE RL – How Iranian Operatives Used AI To Publish Fake Stories In US Media
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