Una disputa ecclesiastica mette a dura prova le relazioni tra Azerbaigian e Georgia

La questione è nata da un atto apparentemente minore — un comunicato del Patriarcato ortodosso georgiano sui lavori di restauro della chiesa di San Giorgio a Kurmukh, in territorio azero — ma ha rapidamente assunto una portata politica che va molto oltre il tema religioso. Il 25 settembre il ministero degli Affari esteri azero ha formalmente protestato, accusando la Chiesa ortodossa georgiana di attentare alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Azerbaigian; l’oggetto specifico del contendere è duplice: da un lato Baku contesta l’identità georgiana stessa dell’edificio, dall’altro respinge l’uso della toponomastica georgiana, sostenendo che sia inaccettabile designare con altri nomi toponimi geografici e storici che si trovano sul territorio azero. La stampa governativa azera ha rilanciato la posizione ufficiale presentando la dichiarazione ecclesiastica non come una questione culturale o religiosa, ma come l’espressione di rivendicazioni territoriali e di un tentativo di riscrivere la mappa storica della regione.

Il punto di maggiore durezza sta in un avvertimento esplicito: il Patriarcato georgiano è stato ammonito a non ripetere gli approcci già noti della Chiesa armena e a non seguirne l’esempio, con la minaccia, in caso di ulteriori dichiarazioni di analogo tenore, di sollevare la questione di uno studio sistematico e obiettivo del patrimonio albanese — cioè dell’eredità dell’Albania caucasica, la formazione statuale cristiana pre-islamica dell’attuale Azerbaigian — all’interno della Georgia. È una mossa che sposta il contenzioso dal piano simbolico a quello della reciprocità rivendicativa: se Tbilisi rivendica le chiese di matrice georgiana in Azerbaigian, Baku si riserva di rivendicare il patrimonio storico-culturale “azero” in Georgia. La vertenza non è isolata: episodi analoghi si sono già verificati su altri monumenti, tra cui il complesso monastico di David Gareji, da anni oggetto di dispute di confine e di attribuzione.

Sul piano interno georgiano, la vicenda ha prodotto un allineamento politico insolito. Il governo di Sogno Georgiano, storicamente vicino al Patriarcato sul fronte domestico, ha evitato di confrontarsi con Baku: il primo ministro Irakli Kobakhidze ha liquidato la questione sostenendo che non esistono tensioni e che i rapporti con il governo azero sono amichevoli. Il sostegno al Patriarcato è arrivato invece dall’opposizione, con la formazione Lelo schierata a difesa della posizione ecclesiastica e critica verso il comunicato azero. Si configura così una situazione paradossale in cui l’istituzione religiosa più influente del paese, tradizionalmente funzionale alla stabilità del governo in carica, riceve solidarietà proprio dagli avversari politici di quel governo, mentre l’esecutivo sceglie la cautela verso il partner strategico. Il governo georgiano, in pratica, sembra tollerare che Baku promuova la propria interpretazione storica e culturale: nelle scuole di lingua azera in Georgia circolano manuali pubblicati in Azerbaigian che leggono la storia regionale prevalentemente dalla prospettiva di Baku.

La reazione dell’opinione pubblica georgiana è stata vivace, alimentata non solo dal restauro della chiesa di Kurmukh ma dal modo in cui Baku ha trattato il Patriarcato. A questo si sono aggiunti fattori di inasprimento: ostilità sui social media, il vandalismo ai danni di un busto dell’ex presidente azero Heydar Aliyev e appelli filo-russi. La combinazione suggerisce che attori esterni e interni possano avere interesse a fomentare l’attrito tra i due Paesi, e che provocare uno scontro tra le autorità azere e la Chiesa georgiana finirebbe per deteriorare il rapporto bilaterale nel suo complesso.

Lo sfondo strutturale rende la disputa più pericolosa della sua superficie. La politica di Baku verso la Georgia è cambiata nettamente dopo che l’Azerbaigian ha assunto il controllo totale del Nagorno-Karabakh nel 2023: da allora, con un solido sostegno turco, Baku si è posizionata come potenza media e leader regionale, con un atteggiamento complessivamente più assertivo. Tensioni erano già emerse in dicembre sul tema delle tariffe di transito georgiane sul petrolio azero diretto in Armenia attraverso il territorio georgiano, segnale di un rapporto bilaterale in progressivo irrigidimento. Il fattore più critico resta però la mancata delimitazione del confine tra i due Paesi: senza una frontiera definita, qualsiasi rivendicazione storico-culturale può trasformarsi in una rivendicazione territoriale, e le ambizioni di leadership regionale di Baku — insieme alle rivendicazioni sul patrimonio storico già avanzate nei confronti dell’Armenia — rendono plausibile che la retorica azera arrivi presto a sostenere che porzioni di territorio georgiano appartengono all’Azerbaigian.

Per la Georgia il nodo è duplice. Sul piano religioso, negare l’origine georgiana della chiesa lascia senza risposta la domanda su dove quella comunità possa pregare e officiare nella propria lingua e secondo la propria tradizione ortodossa, tanto più che in Georgia operano centinaia di moschee e le comunità musulmane praticano liberamente il proprio culto: un’asimmetria di trattamento che indebolisce la posizione di Tbilisi nel discorso pubblico. Sul piano strategico, la vicenda espone la fragilità della postura georgiana di fronte a un vicino che ha smesso di agire come partner discreto e ha iniziato a comportarsi come potenza regionale con ambizioni storiche. La disputa ecclesiastica funziona così da cartina di tornasole: rivela che il rapporto tra Azerbaigian e Georgia non è più soltanto una questione di infrastrutture energetiche e corridoi di transito, ma investe identità, patrimonio e, in ultima istanza, confini non ancora fissati.

Fonte: Beka Chedia/The Jamestown Foundation – The Global Eye è in partnership con SIOI

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