Il 28 agosto il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato in conferenza stampa che Mosca non può più essere considerata un partner strategico di Yerevan. È una formula che segna un passaggio di fase più che una rottura improvvisa: le relazioni tra la Russia da un lato e Armenia e Azerbaigian dall’altro si sono deteriorate nuovamente in modo sensibile, mentre entrambe le capitali caucasiche approfondiscono il proprio coinvolgimento con l’Occidente. Il malcontento crescente del Cremlino verso Yerevan nasce in larga misura dall’adesione entusiastica dell’Armenia al corridoio di transito Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), siglato con l’Azerbaigian a Washington nell’agosto 2025 e sostenuto dagli Stati Uniti. Il progetto prevede di collegare l’Azerbaigian al suo exclave di Nakhchivan attraverso la provincia armena del Syunik, garantendo al contempo all’Armenia l’accesso alla più ampia rete commerciale est-ovest. A gennaio Yerevan ha confermato la costituzione del TRIPP+ Enterprise Fund, destinato a investire 201 milioni di dollari nel Caucaso meridionale e in Asia centrale, mentre il fondo imprenditoriale legato al progetto ha visto il finanziamento statunitense raddoppiare fino a 402 milioni di dollari.
La posta in gioco non è soltanto infrastrutturale. Un corridoio pienamente operativo eroderebbe la leva di lungo periodo che la Russia esercita sull’Armenia, favorendo una connettività intraregionale che aggira il territorio russo, e aprendo nuove vie commerciali e di transito offrirebbe ad attori esterni l’occasione di radicare una presenza più tangibile nell’immediato vicinato di Mosca. Sul piano geoeconomico, la rotta TRIPP, che andrebbe a costituire la sezione meridionale del Middle Corridor, entrerebbe in concorrenza diretta con il corridoio Nord-Sud sostenuto da Russia e Iran, minando la strategia di lungo termine del Cremlino. È significativo che anche la coordinazione tra Armenia e Azerbaigian nella costruzione delle infrastrutture ferroviarie e stradali legate al progetto contribuisca a complicare i rapporti di Mosca con Baku. Il previsto collegamento della rete elettrica azera con Nakhchivan attraverso l’Armenia conferma questa ambizione: Baku legge la retorica assertiva russa, il ricorso a campagne informative, alla mobilitazione della diaspora e alla pressione economica come prova del fatto che gli strumenti politici tradizionali di Mosca nel Caucaso meridionale si stanno erodendo.
Mentre le tensioni con la Russia persistono, l’Azerbaigian punta ad avviare la costruzione del segmento armeno del corridoio. Il processo appare più complicato sul versante di Yerevan, a causa dei problemi persistenti con la compagnia ferroviaria armena, controllata interamente dalle Ferrovie Russe. La sola strada praticabile per l’Armenia è dimostrare che la Russia non è disposta o non è in grado di gestire le ferrovie del paese: all’inizio del 2026 Yerevan ha formalmente chiesto a Mosca di accelerare la ricostruzione delle linee di epoca sovietica lungo il proprio segmento del TRIPP, con l’aspettativa che Mosca rifiutasse. Il finanziamento esterno internazionalizzerebbe di fatto il progetto, esito che ha già inquietato Russia e Iran per la sua capacità di ricalibrare la connettività regionale. Le difficoltà interne all’architettura di sicurezza regionale, come la resistenza dell’asse Mosca-Teheran e la guerra tra Stati Uniti e Iran, stanno causando alcuni ritardi: l’8 settembre il ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov, incontrando diplomatici statunitensi, ha presentato il rinvio in chiave positiva, affermando che secondo le informazioni ricevute il processo procede con successo.
Baku cerca legami commerciali duraturi tanto con l’Armenia quanto con l’Europa, in un momento in cui la Russia è distratta dagli attacchi con droni ucraini e sta perdendo influenza nel Caucaso meridionale. Per l’Armenia la spinta allo sviluppo rapido della nuova rotta nasce dalla determinazione a diversificare l’economia, ridurre la dipendenza da Mosca e ampliare le esportazioni verso l’Europa. Un TRIPP pienamente operativo approfondirebbe l’influenza statunitense ed europea nella regione, limiterebbe la leva russa sull’accesso ai mercati ed espanderebbe l’autonomia economica armena e lo spazio di manovra dell’Azerbaigian per partenariati politici e di sicurezza oltre la regione. Dal punto di vista di Mosca, l’orientamento filoccidentale di Yerevan e il suo crescente allontanamento non dovrebbero sorprendere: al di là del simbolismo politico, l’Armenia conserva per la Russia un valore economico tangibile e un’utilità per l’elusione delle sanzioni, essendo l’unico corridoio terrestre praticabile verso l’Iran al di fuori del controllo azero e turco.
In sintesi, il quadro che emerge è quello di un Caucaso meridionale in cui la frattura con Mosca non è più solo retorica ma si materializza in un’infrastruttura fisica — rotaia, strada, elettricità — che ridisegna le mappe della connettività regionale a vantaggio di Washington e Bruxelles. La partita resta aperta su due fronti: la capacità di Yerevan di sottrarre le proprie ferrovie al controllo russo e la tenuta dell’asse Mosca-Teheran di fronte a un progetto che, per la prima volta in decenni, promette di togliere alla Russia la funzione di nodo obbligato tra Caucaso, Turchia e Asia centrale.



