Il Pakistan si schiera a sostegno dell’Arabia Saudita mentre la Mecca Defense Alliance entra nella fase operativa

Il 5 ottobre 2026, a Riyad, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno compiuto il passo che molti osservatori attendevano da mesi: il comitato dell’Alleanza di Difesa di Mecca ha deciso di passare immediatamente all’attuazione degli impegni di difesa collettiva, comprese misure per il rapido dispiegamento di forze e capacità militari concordate all’interno del territorio saudita. Nella stessa sede è stato nominato il primo segretario generale dell’alleanza, il generale in pensione pakistano Nauman Mahmood, per un mandato di tre anni. È il segnale che il patto ha smesso di essere un’intesa politica e ha iniziato a dotarsi di una catena di comando.

La delegazione pakistana presente a Riyad era di peso: il vice primo ministro e ministro degli Esteri Ishaq Dar, il ministro della Difesa Khawaja Asif e il capo di Stato maggiore della Difesa e capo di Stato maggiore dell’Esercito, feldmaresciallo Asim Munir. Non una rappresentanza tecnica, ma il vertice politico-militare del Paese.

Ciò che rende il momento interessante non è soltanto la firma, ma il contesto interno pakistano. Islamabad arriva a questo appuntamento con una rara convergenza: forze politiche divise su quasi tutto, società civile e opinione pubblica si sono ricompattate attorno al governo di Shehbaz Sharif e alle forze armate di fronte allo scontro con gli Houthi. La sicurezza saudita viene trattata come interesse strategico nazionale, non come questione del governo in carica — e questo cambia la natura dell’impegno, perché lo sottrae alla volatilità politica.

La cornice del conflitto spiega la fretta. Droni e missili houthi hanno mostrato quanto un arsenale relativamente economico possa minacciare città, aeroporti, installazioni militari, infrastrutture energetiche e altri siti strategici sauditi. Sul terreno, le forze yemenite sostenute da Riyad hanno lanciato l’operazione “Alba dello Yemen”, avanzando verso le aree attorno a Mokha, Dhubab e il corridoio di Bab al-Mandeb, con rivendicazioni di guadagni attorno allo stretto e risposte houthi in profondità contro obiettivi in Arabia Saudita. Bab al-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden ed è un passaggio cruciale per il commercio globale: una sua interruzione prolungata si traduce in costi di nolo e assicurativi più alti e in rotte più lunghe attorno all’Africa. Il pericolo si amplifica se si somma alle tensioni persistenti attorno allo Stretto di Hormuz: una crisi che coinvolga entrambi i colli di bottiglia metterebbe sotto pressione approvvigionamenti energetici, costi di trasporto, importatori asiatici, consumatori europei e catene di fornitura globali.

La divisione del lavoro dentro l’alleanza è piuttosto netta. L’Arabia Saudita porta profondità strategica, risorse finanziarie e peso geografico; la Turchia porta tecnologia militare avanzata, con capacità consolidate in droni, sorveglianza, guerra elettronica e sistemi di precisione; il Pakistan porta esperienza di combattimento e capacità militari già strutturate. Il supporto di Islamabad a Riyad, del resto, non nasce ora: personale militare pakistano è presente nel Regno da decenni e i due Paesi hanno rafforzato il rapporto con un accordo di difesa reciproca strategica firmato nel 2025. Alcuni parlamentari pakistani ricordano che l’intesa di difesa risale addirittura agli inizi degli anni Ottanta, con la partecipazione attiva di due brigate a Tabuk. La novità non è quindi l’alleanza in sé, ma il suo inquadramento in un comando condiviso con Ankara.

Il punto critico, ed è bene dirlo con chiarezza, è che l’alleanza non è ancora un comando militare pienamente integrato. La sua credibilità dipenderà da cose meno spettacolari di un vertice: procedure compatibili, reti di intelligence condivise, coordinamento della difesa aerea, esercitazioni congiunte, meccanismi di risposta rapida. Un ruolo militare più profondo può rafforzare la deterrenza contro gli Houthi, ma può anche aumentare il rischio di rappresaglie contro obiettivi sauditi e infrastrutture marittime. Il bilanciamento tra prontezza operativa e contenimento del conflitto yemenita è il vero banco di prova.

C’è poi il canale diplomatico, che non è stato messo da parte. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha dichiarato che le opzioni politiche e diplomatiche sono state discusse accanto a quelle militari, e il Pakistan mantiene canali aperti con l’Iran, che ha sostenuto il dialogo con gli Houthi. Questa doppia traccia — militare e negoziale — è probabilmente la ragione per cui l’alleanza conserva un margine di manovra.

In termini geostrategici, il passaggio del 5 ottobre segna una soglia: un blocco sunnita a guida saudita che include due potenze militari non arabe, con un segretario generale pakistano alla guida della struttura. Se Riyad, Islamabad e Ankara riusciranno a combinare prontezza militare e moderazione diplomatica, l’alleanza può diventare un elemento duraturo della sicurezza regionale. Se invece l’escalation prevarrà sulla diplomazia, lo stesso meccanismo può trascinare tutti e tre i membri più a fondo in un conflitto che sta già ridisegnando la mappa di sicurezza del Medio Oriente. La variabile decisiva, oggi, non è la volontà politica — quella è stata dichiarata e anche sovraperformata rispetto alle aspettative — ma la capacità di trasformare un’intesa in procedure funzionanti prima che la prossima crisi imponga il test.

Fonte: Kaswar Klasra/Al Arabiya English – The Global Eye è in partnership con SIOI

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