A tre anni esatti dall’attacco del 7 ottobre 2023, Israele si avvia verso la prima elezione del dopo-7 ottobre e lo fa con lo sguardo rivolto all’interno. Il paradosso che colpisce chi osserva da fuori è che una campagna elettorale che dovrebbe ruotare attorno alla guerra — con fronti aperti su più lati e una crisi di credibilità internazionale senza precedenti — si sta invece decidendo su leadership, responsabilità, condivisione del peso militare e fiducia nelle istituzioni.
L’episodio che ha riacceso questo stato d’animo è recente e ha avuto un esito quasi miracoloso: a bordo del volo flydubai 1073 da Dubai a Tel Aviv, passeggeri israeliani, pilota ed equipaggio hanno sventato un attentato che il copilota avrebbe dovuto compiere. Stampa, politici e opinione pubblica hanno celebrato l’eroismo dei protagonisti e il lieto fine improbabile. Ma l’esultanza ha presto lasciato spazio a una domanda scomoda: come ha potuto una minaccia del genere arrivare fino al cockpit? Gli apparati incaricati di controllare gli equipaggi delle compagnie straniere — dal ministero dei Trasporti ai servizi di intelligence — avevano, secondo notizie di stampa, ricevuto avvertimenti su falle proprio in quel sistema di screening.
Il sentimento che ne deriva è amaramente familiare: è lo stesso abbandono che molti israeliani hanno provato il 7 ottobre 2023, quando i terroristi guidati da Hamas provenienti da Gaza uccisero circa 1.200 persone e trascinarono 251 ostaggi in cattività. La conclusione che gran parte della società trasse allora — governo, esercito e servizi di intelligence avevano fallito nel loro dovere di proteggere i civili — viene oggi riproposta da un episodio minore ma simbolicamente potente. Il messaggio che ne esce è che nessuno può essere lasciato a proteggersi da solo, o meglio: che ciascuno deve contare prima di tutto su di sé, perché lo Stato non è affidabile.
Su questo terreno si sta consumando la battaglia politica. I leader dell’opposizione — Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman — hanno fatto dell’istituzione di una commissione d’inchiesta di Stato sul 7 ottobre il punto centrale della loro campagna per scalzare Benjamin Netanyahu. Il primo ministro resiste, sostenendo che la commissione debba attendere la fine della guerra scatenata dall’attacco. L’intensità di questo scontro, quasi pari a quella della disputa sull’abolizione dell’esenzione dal servizio militare per gli ultraortodossi, dice quanto la prima elezione post-7 ottobre sia una competizione tutta interna. Un sondaggio dell’Israel Democracy Institute di settembre 2026 ha rilevato che oltre due terzi degli intervistati ebrei considerano il 7 ottobre un fattore determinante nella scelta del partito da votare.
I temi che dominano il dibattito pubblico sono quindi la leadership, la responsabilità, la condivisione del peso, lo Stato di diritto, il costo psicologico ed economico di una guerra lunga sui riservisti e sulle loro famiglie. I sondaggi indicano margini stretti e un percorso difficile per chiunque voglia conquistare la carica di primo ministro.
Molto meno presenti sono i temi della guerra in sé. Hamas mantiene il controllo di circa il 35 per cento di Gaza e decine di migliaia di civili palestinesi sono stati uccisi nella campagna israeliana contro il movimento. Le forze israeliane sembrano destinate a restare nel Libano meridionale finché Hezbollah resiste al disarmo, e una zona cuscinetto temporanea in Siria appare sempre più permanente. La guerra con l’Iran avviata il 28 febbraio sembra non poter finire finché il regime iraniano sopravvive e il suo programma nucleare resta irrisolto, mentre uno shock energetico ed economico continua a scuotere la regione e il mondo senza segni di attenuazione. Il prestigio di Israele negli Stati Uniti e in Europa tocca nuovi minimi con il protrarsi del conflitto, l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e la violenza degli estremisti ebraici.
A chi guarda da fuori, e certamente ai critici di Israele, può sembrare strano — persino una forma di deresponsabilizzazione — che questi temi siano così assenti dal dibattito. I conflitti oltre confine e le politiche in Cisgiordania riempiono i titoli internazionali. Henry Kissinger osservò che Israele non ha una politica estera, ma solo politica interna. Questa elezione però tocca qualcosa di più profondo: il trauma senza fondo che il 7 ottobre ha inflitto alla società israeliana e all’immagine che Israele ha di sé. Un paese abituato a vedersi forte e capace di difendersi ha scoperto di essere profondamente vulnerabile, e che i suoi leader e le sue istituzioni avevano abbassato la guardia. C’è dolore e paura, ma anche umiliazione e dubbio su se stessi.
Queste ferite non giustificano il trauma inflitto ad altri, in particolare ai civili palestinesi a Gaza, la cui sofferenza è anch’essa incommensurabile. Ogni parte ha seppellito e pianto più persone di quanto una società possa sopportare. Ma qualsiasi tentativo di uscire dal buio degli ultimi tre anni richiede di fare i conti con questa realtà, che è destinata a plasmare la politica israeliana forse per molte elezioni e per molti anni a venire.
Fonte: Daniel B. Shapiro/Atlantic Council – The Global Eye è in partnership con SIOI



