La nuova geoeconomia di Bretton Woods

Il punto di partenza del rapporto di Atlantic Council è un dato che vale insieme come statistica di sviluppo e come fatto geoeconomico: nei prossimi dieci anni circa 1,2 miliardi di giovani raggiungeranno l’età lavorativa nelle economie in via di sviluppo, mentre i posti di lavoro creati saranno attorno ai 420 milioni. Il divario che ne risulta, ottocento milioni di persone senza occupazione, è la misura più brutale di come la frammentazione geopolitica stia cambiando le condizioni in cui operano le istituzioni nate a Bretton Woods. La mappa del commercio, degli investimenti e delle catene di fornitura viene ridisegnata e un nuovo ordine globale è in formazione, ma la tesi centrale del rapporto non è il collasso: la globalizzazione non sta finendo, sta diventando più contestata e più frammentata. Il compito delle istituzioni di Bretton Woods è preservare cooperazione e coordinamento internazionali in un mondo in cui i problemi delle economie membri sono sempre più transnazionali, mentre gli strumenti classici di cui quelle istituzioni dispongono perdono mordente proprio quando sono le strategie geopolitiche delle maggiori economie a determinare il corso dei flussi di capitale.

Amin Mohseni-Cheraghlou, curatore del progetto Bretton Woods 2.0 del GeoEconomics Center e già economista alla Banca Mondiale e consigliere nel board del Fondo, firma l’introduzione e la conclusione, e imposta il quadro generale: i membri emergenti contestano un assetto di governance storicamente orientato all’Occidente, gli squilibri delle partite correnti crescono e diventano sempre più strutturali, legati alle catene del valore globali, alla politica industriale e alle posizioni patrimoniali internazionali. Nella sua lettura, l’occupazione non può più essere considerata soltanto una sfida di sviluppo domestica, perché le ondate migratorie verso l’Unione europea e gli Stati Uniti l’hanno trasformata in una questione geoeconomica con ricadute globali. Da qui le sue richieste operative per il Fondo: sorveglianza più incisiva, migliore disegno dei programmi, meccanismi di risoluzione del debito più efficaci e, soprattutto, la disponibilità ad affrontare le politiche delle grandi economie che producono ricadute sistemiche. Fondo e Banca Mondiale, argomenta, hanno bisogno di un rapporto più profondo e sofisticato con il capitale privato, le multinazionali, gli investitori sovrani e le altre istituzioni di sviluppo, ma con un’avvertenza che tiene insieme realismo e mandato: mobilitare capitale privato non è il fine ultimo. È il punto in cui la nota si distingue dalla vulgata della finanza privata come sostituto dello sviluppo pubblico.

Martin Mühleisen, ex alto funzionario del Fondo con decenni di gestione delle crisi e diplomazia finanziaria, affronta il capitolo più apertamente politico, quello sul perché l’Occidente debba conservare la leadership del Fondo e della Banca Mondiale rendendoli però più funzionanti. La sua analisi parte dalla constatazione che la frammentazione geopolitica e l’influenza crescente della Cina stanno rimodellando le due istituzioni, e arriva a un programma articolato su governance, sorveglianza, attività di prestito e risoluzione del debito, da perseguire senza illusioni: i trade-off tra efficacia istituzionale, rappresentanza e legittimità sono reali e vanno negoziati, non aggirati. Sul debito porta il dato che rende concreto il problema della concorrenza creditizia: già dalla metà degli anni Duemila i prestiti ufficiali cinesi ai mercati emergenti e in via di sviluppo rivaleggiavano con quelli della Banca Mondiale, e nel 2025 i pagamenti per il servizio del debito verso la Cina rappresentavano il 15 per cento del totale dovuto dai Paesi a basso reddito più indebitati. Per migliorare la performance dei programmi, sostiene, serve anche quel tipo di coordinamento che in passato ha funzionato: l’accordo del Plaza del 1985, ricorda, combinò interventi sui mercati valutari con cambi coordinati delle politiche macroeconomiche dei paesi partecipanti, e resta il modello di come interventi sui tassi di cambio nominali e aggiustamenti fiscali e monetari si rafforzino a vicenda.

Hung Tran, ex managing director dell’Institute of International Finance e vicedirettore del Fondo, si concentra sulla rinascita degli squilibri globali. La sua tesi è che questi squilibri abbiano radici sempre più strutturali, radicate nei mutamenti dei modelli di investimento, nella politica industriale e nelle catene del valore globali, e che per questo vadano distinti con chiarezza da quelli di natura fondamentale: sono gli squilibri eccessivi, generati da lacune di policy, a dover costituire il bersaglio primario dell’azione macroeconomica. Da questa distinzione discende una conseguenza istituzionale precisa, cioè il ruolo centrale del Fondo nel correggere gli squilibri di origine politica, insieme al riconoscimento dei limiti dei suoi strumenti macroeconomici convenzionali di fronte a dinamiche determinate da scelte industriali e strategiche degli Stati.

Nicole Goldin, ex capo economista della Coalizione Solutions for Youth Employment della Banca Mondiale e già consigliere senior al Dipartimento di Stato e all’USAID, valuta l’agenda occupazionale della Banca Mondiale contro un contesto internazionale ostile. La sua conclusione è che la strategia sia quella giusta ma le probabilità di successo scarse: la frammentazione commerciale, flussi di investimento più deboli e riorientati e catene di fornitura perturbate aggravano un problema occupazionale già imponente nel mondo in via di sviluppo, e rendono più difficile uno sviluppo a intensità di lavoro proprio nel decennio in cui la pressione demografica raggiunge il picco.

Nisha Narayanan, senior fellow del GeoEconomics Center e responsabile del rischio Paese in una grande istituzione finanziaria globale, chiude il cerchio sull’intelligenza artificiale. Il suo capitolo mostra come IA, multinazionali, fondi sovrani e capitale privato stiano ridisegnando i centri di potere economico e la distribuzione delle opportunità di sviluppo. Il vincolo che individua è duplice: le economie a basso reddito fanno fatica a catturare i guadagni di produttività delle nuove tecnologie e rischiano di diventare meno attrattive per il capitale privato, allargando proprio i divari che la Banca Mondiale era stata creata per ridurre, mentre il fabbisogno di finanziamento per lo sviluppo sostenibile si è ampliato fino a diversi trilioni di dollari l’anno. La conseguenza è un mandato rinnovato: le istituzioni di Bretton Woods devono adattarsi per aiutare le economie in via di sviluppo a procurarsi tecnologia, infrastrutture, competenze capitali e investimenti necessari per competere nelle catene del valore emergenti.

Letto nel suo insieme, il rapporto sostiene che il problema delle istituzioni di Bretton Woods non è la rilevanza ma la calibrazione: il multilateralismo economico resta indispensabile in un mondo frammentato, e la sua difesa richiede di accettare che gli strumenti nati nel 1944 operino in un ambiente dove la leva principale non è più la macroeconomia coordinata ma la competizione geopolitica, la politica industriale e il controllo delle tecnologie. La posta in gioco indicata dagli autori è duplice: la legittimità della governance, che i membri emergenti contestano, e l’efficacia dell’azione, che dipende dalla volontà delle grandi economie di accettare la sorveglianza sui propri squilibri e sulle proprie ricadute sistemiche.

Fonte: Atlantic Council – The Global Eye è in partnership con SIOI

Latest articles

Related articles