L’emergere dell’intelligenza artificiale antropocentrica nel dibattito dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite segnala un progressivo allargamento dell’agenda tecnologica internazionale. L’IA non è più considerata soltanto come un settore industriale da regolamentare o una risorsa strategica da controllare, ma come un fattore capace di modificare occupazione, istruzione, servizi pubblici e distribuzione globale del potere. Gli interventi di Malawi, Grenada e Mali mostrano, in particolare, il tentativo dei Paesi in via di sviluppo di trasformare il principio dell’antropocentrismo in una rivendicazione politica: le società devono poter orientare la tecnologia, invece di subirne gli effetti o dipendere dalle scelte dei pochi attori che ne controllano l’infrastruttura.
La posta in gioco è la possibile formazione di una nuova gerarchia internazionale, fondata sull’accesso alla capacità di calcolo, ai dati, alle competenze, ai finanziamenti e alle infrastrutture digitali. L’asimmetria non riguarda soltanto la disponibilità di strumenti avanzati, ma la facoltà di stabilirne le finalità, addestrarli su contesti locali e integrarli nei sistemi economici e amministrativi. I Paesi privi di queste risorse rischiano di rimanere consumatori di tecnologie progettate altrove, di importarne i criteri decisionali e di trasferire all’estero dati, valore economico e autonomia normativa. La dipendenza digitale può quindi consolidarsi come una forma di dipendenza strategica.
Per le economie in via di sviluppo, l’IA presenta comunque un potenziale trasformativo considerevole. Le applicazioni in agricoltura, sicurezza alimentare, sanità, istruzione, prevenzione delle catastrofi, resilienza climatica, inclusione finanziaria e amministrazione pubblica possono compensare almeno in parte la scarsità di risorse e capacità istituzionali. Proprio per questo, la questione non è se adottare l’IA, ma a quali condizioni. L’acquisizione di sistemi esterni senza investimenti paralleli in infrastrutture, ricerca e competenze locali potrebbe aumentare l’efficienza nel breve periodo, lasciando però intatta o aggravando la subordinazione tecnologica nel lungo periodo.
Il lavoro costituisce il punto di maggiore vulnerabilità. L’automazione può colpire economie caratterizzate da mercati occupazionali fragili, elevata informalità e sistemi di protezione sociale limitati. In questi contesti, la sostituzione di mansioni non sarebbe necessariamente compensata dalla rapida creazione di impieghi ad alta qualificazione. Ne deriverebbe un rischio di polarizzazione sociale interna, accompagnato dall’ampliamento delle distanze tra Stati capaci di catturare il valore dell’IA e Stati costretti ad assorbirne i costi di adattamento. La transizione tecnologica diventa così anche una questione di stabilità politica, consenso sociale e sicurezza economica.
L’accento posto sui giovani rivela un secondo livello strategico. Formare le nuove generazioni non significa soltanto insegnare l’uso degli strumenti, ma sviluppare la capacità di valutarli criticamente, governarli e adattarli alle priorità nazionali. Le competenze digitali assumono quindi il valore di una componente della sovranità statale. Un Paese che dispone di utenti, ma non di ricercatori, regolatori, tecnici e istituzioni capaci di controllare i sistemi impiegati, resta esposto alle decisioni di fornitori esterni. Investire nell’istruzione e nella ricerca diventa pertanto una misura di autonomia strategica, oltre che di politica sociale.
La nozione di IA antropocentrica svolge anche una funzione diplomatica. Consente ai Paesi del Sud globale di collegare innovazione, sviluppo e responsabilità senza allinearsi integralmente né a un approccio dominato dal mercato né a un modello incentrato sul controllo statale della tecnologia. Su questa base può emergere una coalizione favorevole a regole internazionali che proteggano privacy, sicurezza, istituzioni democratiche e responsabilità umana, ma che includano anche accesso alle infrastrutture, finanziamenti, trasferimento di competenze e partecipazione alla definizione degli standard.
Il rischio è che il consenso sull’antropocentrismo resti prevalentemente retorico. Il principio può essere condiviso da attori con interessi molto diversi, mentre le decisioni sostanziali riguardano la distribuzione delle risorse tecnologiche, la proprietà dei dati, l’accesso ai modelli e la responsabilità per i danni. Senza strumenti finanziari, cooperazione tecnica e rappresentanza effettiva dei Paesi meno avanzati, la governance globale potrebbe limitarsi a formulare principi universali lasciando invariata la concentrazione materiale del potere.
In prospettiva geostrategica, il dibattito indica che la competizione sull’IA sarà affiancata da una crescente contesa sulla sua legittimità politica. Le potenze e le imprese capaci di presentare le proprie tecnologie come strumenti di sviluppo inclusivo potranno rafforzare influenza diplomatica, accesso ai mercati e capacità di definire standard. I Paesi in via di sviluppo cercheranno invece di convertire il proprio peso multilaterale in condizioni più favorevoli di accesso e partecipazione. L’esito dipenderà dalla possibilità di tradurre l’idea di centralità umana in capacità concrete: infrastrutture, capitale umano, istituzioni regolatorie, ricerca locale e controllo sulle decisioni che incidono sulle società. Senza questa base, l’IA rischia di ampliare le fratture esistenti; con politiche adeguate, può diventare uno strumento di sviluppo e di maggiore autonomia internazionale.
Fonte: Digital Watch Observatory – The Global Eye è in partnership con SIOI



