L’Azerbaigian espande la produzione di energia verde

L’Azerbaigian sta riconfigurando la propria politica energetica senza abbandonare il ruolo di esportatore di idrocarburi. L’espansione delle fonti rinnovabili non rappresenta infatti una rottura con la strategia fondata sul gas, ma un suo complemento: sostituendo parte della generazione termoelettrica interna con energia solare, eolica e idroelettrica, Baku può destinare maggiori volumi di gas ai mercati esteri. La transizione energetica assume così una funzione insieme economica, diplomatica e geostrategica.

L’entrata in funzione dell’impianto solare di Gobustan, con una capacità di 100 MW, porta la potenza rinnovabile installata nel Paese a circa 2.170 MW, pari al 21,5 per cento della capacità complessiva. Il solo impianto dovrebbe produrre 260 milioni di kWh all’anno, consentendo un risparmio annuale di 57 milioni di metri cubi di gas. L’obiettivo nazionale è elevare la quota delle rinnovabili ad almeno il 30 per cento entro il 2030, mentre una prima fase di sviluppo prevede l’attivazione di oltre 2 GW di capacità verde entro il 2027.

La razionalità strategica è evidente. Il sistema elettrico azero dipende storicamente dal gas e ogni incremento della produzione rinnovabile riduce il consumo interno del combustibile, liberandone quantitativi esportabili. Nel 2025 l’Azerbaigian ha fornito all’Europa 12,8 miliardi di metri cubi di gas, a fronte dell’obiettivo di raggiungere 20 miliardi annui entro il 2027. Le energie rinnovabili possono quindi contribuire indirettamente all’espansione dell’offerta di gas verso l’Europa, pur senza risolvere da sole i vincoli infrastrutturali e produttivi che condizionano il conseguimento di tale traguardo.

Baku mira inoltre a trasformarsi in esportatore diretto di elettricità verde. Il progetto più ambizioso è il corridoio energetico del Mar Nero, imperniato su un cavo sottomarino di circa 1.195 chilometri tra Azerbaigian, Georgia e Romania, con successiva connessione all’Ungheria. La capacità iniziale prevista è di 1.000 MW, suscettibile di salire progressivamente fino a 3,9 GW entro il 2032. Insieme ai collegamenti programmati verso la Turchia e ad altri itinerari regionali, l’infrastruttura potrebbe estendere alla produzione elettrica la funzione di ponte energetico già esercitata dall’Azerbaigian nel settore petrolifero e del gas.

Questa prospettiva rafforza la centralità del Caucaso meridionale nei rapporti tra il bacino caspico e l’Europa. L’Azerbaigian potrebbe offrire una combinazione di gas ed elettricità rinnovabile lungo direttrici che aggirano la Russia, concorrendo alla diversificazione europea e consolidando il valore strategico di Georgia, Romania, Ungheria e Turchia. La sicurezza delle infrastrutture, la stabilità politica regionale e l’affidabilità dei Paesi di transito diverrebbero tuttavia ancora più importanti, aumentando l’interdipendenza fra politica energetica e sicurezza.

La crescita del settore dipende in larga misura da capitali e tecnologie esteri. Masdar degli Emirati Arabi Uniti gestisce l’impianto solare di Garadagh da 230 MW e, insieme a SOCAR Green, partecipa a ulteriori progetti solari ed eolici per circa 1 GW. Sono presenti anche ACWA Power dell’Arabia Saudita e Universal Energy della Cina, mentre il coinvolgimento occidentale resta più circoscritto, con la rilevante eccezione della partecipazione di BP al progetto solare Shafag da 240 MW nel distretto di Jabrayil.

La composizione degli investimenti segnala una diversificazione delle relazioni esterne di Baku. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita acquisiscono un ruolo crescente nella modernizzazione energetica del Caucaso, mentre la Cina può rafforzare la propria presenza industriale e tecnologica lungo le vie di collegamento eurasiatiche. L’Azerbaigian riduce così la dipendenza da un singolo gruppo di partner e aumenta la propria capacità negoziale nei confronti dell’Europa, della Russia e delle potenze asiatiche. Al tempo stesso, l’assenza relativa delle imprese occidentali lascia ai concorrenti del Golfo e della Cina maggiore influenza sugli standard tecnici, sui finanziamenti e sulla governance di infrastrutture destinate in larga parte a servire i mercati europei.

Una componente particolarmente sensibile riguarda i territori recuperati dopo il conflitto del Nagorno-Karabakh. La costruzione di impianti idroelettrici e solari in queste aree integra la ricostruzione economica con il consolidamento dell’autorità statale. Le infrastrutture energetiche favoriscono il ripopolamento, sostengono nuovi insediamenti e collegano più strettamente le regioni periferiche al sistema nazionale. Anche i progetti nel Nakhchivan accrescono la rilevanza strategica dell’exclave e possono rafforzare l’interesse azero per collegamenti energetici e logistici attraverso la regione.

Nel medio periodo, il successo della strategia dipenderà dalla capacità di coordinare nuova generazione, reti interne, accumulo, interconnessioni internazionali e accordi commerciali di lungo termine. Il potenziale economico dichiarato, pari a 27 GW e concentrato soprattutto nel solare, è considerevole, ma il suo sfruttamento richiederà capitali, capacità regolatoria e stabilità geopolitica. Ritardi nel cavo del Mar Nero, tensioni nel Caucaso meridionale o difficoltà nell’integrazione delle reti potrebbero ridimensionare le ambizioni di esportazione.

Nel complesso, la transizione verde azera appare meno orientata alla decarbonizzazione in senso europeo che alla massimizzazione della rendita e dell’influenza energetica. Baku intende usare le rinnovabili per soddisfare la domanda interna, liberare gas destinato all’esportazione e aprire un secondo canale commerciale verso l’Europa. Se i progetti infrastrutturali saranno realizzati, l’Azerbaigian potrà evolvere da fornitore di idrocarburi a piattaforma energetica multidimensionale del Caspio, rafforzando il proprio peso negoziale e rendendo la propria stabilità ancora più rilevante per la sicurezza energetica europea.

Fonte: The Jamestown Foundation – The Global Eye è in partnership con SIOI

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