L’intervento del vicepresidente cinese Han Zheng all’Assemblea generale delle Nazioni Unite riafferma la strategia con cui Pechino tenta di convertire il proprio peso economico e politico in influenza normativa. Il richiamo alla difesa dell’ordine internazionale sorto dopo la Seconda guerra mondiale non equivale a una semplice adesione allo status quo. La Cina distingue implicitamente tra le istituzioni multilaterali, che le garantiscono riconoscimento e capacità d’intervento, e la distribuzione del potere consolidatasi dopo la Guerra fredda, considerata squilibrata e bisognosa di correzione.
La centralità attribuita alle Nazioni Unite e al diritto internazionale risponde innanzitutto all’interesse cinese per un sistema nel quale sovranità statale e non ingerenza prevalgano sulle iniziative coercitive promosse da singoli Paesi o coalizioni. Questa impostazione consente a Pechino di presentarsi come garante delle regole mentre contesta sanzioni unilaterali, interventi privi dell’autorizzazione del Consiglio di sicurezza e forme di pressione politica esercitate al di fuori dell’ONU. Il possesso del veto permette inoltre alla Cina di difendere i propri interessi e quelli dei partner, accrescendo il valore strategico dell’architettura multilaterale esistente.
Il riferimento a un mondo che desidera la pace anziché la guerra serve anche a costruire un contrasto politico tra il multilateralismo sostenuto da Pechino e la logica dei blocchi militari. La Cina cerca di attribuire l’instabilità internazionale non all’ordine fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, ma alla sua applicazione selettiva, all’unilateralismo e alla formazione di coalizioni esclusive. In questo modo tenta di invertire l’accusa di revisionismo: non sarebbe Pechino a indebolire il sistema, bensì gli attori che aggirano le istituzioni universali quando queste non producono risultati conformi ai loro interessi.
Questa narrazione è rivolta soprattutto al Sud globale. Il collegamento tra conflitti geopolitici, divari di sviluppo e insufficienze della governance mondiale costruisce una piattaforma politica più ampia della sola competizione sino-statunitense. Pechino si propone come interprete delle richieste di maggiore rappresentanza, finanziamenti, sviluppo infrastrutturale e autonomia decisionale avanzate dai Paesi emergenti. Il multilateralismo diventa così uno strumento per aggregare consenso attorno alla riforma delle istituzioni internazionali e ridurre la capacità occidentale di stabilire unilateralmente priorità, condizioni economiche e criteri di legittimità politica.
La difesa dell’ordine postbellico contiene tuttavia una tensione strutturale. La Cina sostiene con forza l’integrità territoriale e la non ingerenza, ma interpreta tali principi alla luce delle proprie rivendicazioni, soprattutto su Taiwan. Ne deriva una concezione selettiva dell’ordine: conservatrice quando tutela la sovranità, il veto e la centralità degli Stati; revisionista quando riguarda le gerarchie di potere, la rappresentanza del mondo emergente e il primato politico occidentale. Pechino non punta dunque ad abbattere il sistema, ma a occuparne progressivamente i centri decisionali e a modificarne il funzionamento dall’interno.
Il richiamo alla responsabilità delle grandi potenze rafforza questa impostazione. La Cina intende presentarsi come attore capace di contribuire alla stabilità, chiedendo che le crisi siano affrontate nel rispetto della sovranità degli Stati e attraverso soluzioni politiche. Sul Medio Oriente, l’insistenza sul rispetto dei Paesi della regione, sulla ricostruzione di Gaza sotto responsabilità palestinese e sulla soluzione dei due Stati serve a consolidare il profilo cinese presso i governi arabi e musulmani. Pechino mira a occupare lo spazio lasciato dalla perdita di credibilità occidentale, senza assumere gli elevati costi militari e politici di un coinvolgimento diretto.
Anche l’intelligenza artificiale viene inserita in questa cornice. La richiesta di un approccio centrato sulle persone, di un’IA orientata al bene comune e della riduzione del divario digitale sostiene l’idea che la governance tecnologica non debba essere definita soltanto dalle maggiori potenze industriali e dalle grandi imprese. Il messaggio è rivolto ai Paesi emergenti, ai quali la Cina si propone come fornitore di infrastrutture, servizi e cooperazione digitale. Al tempo stesso, il richiamo a benefici universalmente accessibili contrasta implicitamente monopoli tecnologici, controlli sulle esportazioni e restrizioni all’accesso ai semiconduttori avanzati. L’IA diventa quindi un ulteriore terreno della competizione per gli standard, le infrastrutture e le dipendenze di lungo periodo.
L’enfasi sulla pace non implica un arretramento della competizione strategica. La Cina tenta piuttosto di separare la rivalità sistemica dalla guerra aperta, preservando condizioni favorevoli alla crescita, alla sicurezza delle rotte commerciali e all’espansione della propria influenza. L’instabilità prolungata assorbe risorse, frammenta i mercati e rafforza alleanze militari concepite per contenerla. La diplomazia della stabilità serve pertanto sia a proteggere lo sviluppo interno sia a ostacolare la formazione di un fronte strategico più compatto guidato dagli Stati Uniti.
Il richiamo alla rappresentanza della Repubblica Popolare Cinese presso le Nazioni Unite ribadisce infine il nesso tra legittimità internazionale e questione di Taiwan. Pechino considera il riconoscimento ottenuto nel 1971 non soltanto un passaggio storico, ma il fondamento giuridico e politico della pretesa che esista una sola Cina. Inserire questo tema in un discorso sulla salvaguardia dell’ordine internazionale significa presentare qualsiasi sostegno all’autonomia politica o alla rappresentanza internazionale di Taiwan come una violazione dell’ordine stesso, anziché come una controversia ancora aperta.
La contesa sul futuro dell’ordine mondiale si giocherà dunque anche sul significato delle sue regole. La Cina continuerà a sostenere le istituzioni universali nelle quali dispone di influenza, a promuovere una maggiore voce per il Sud globale e a contrastare norme, restrizioni e coalizioni percepite come strumenti di contenimento. La posta in gioco non è la semplice alternativa tra conservazione e revisione dell’ordine internazionale, ma la capacità di definirne l’interpretazione legittima. Pechino mira a presentarsi non come la potenza che demolisce il sistema, ma come quella che lo preserva dalla frammentazione mentre ne ridistribuisce il potere.
Fonte: UN News – ‘Safeguard the postwar order,’ China tells UN General Assembly
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