Il Vice Presidente del Consiglio Presidenziale dello Yemen è intervenuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La crisi yemenita non è più soltanto una guerra civile prolungata, ma un nodo strategico nel quale convergono la competizione regionale, la sicurezza delle rotte marittime e la credibilità dell’ordine internazionale. La posizione espressa dal Consiglio presidenziale individua nella ricostituzione dello Stato il presupposto della stabilità: non semplicemente un accordo per sospendere i combattimenti, dunque, ma il ripristino di istituzioni capaci di esercitare sovranità, controllare il territorio e monopolizzare l’uso legittimo della forza.
Questa impostazione contrasta con una soluzione fondata sulla cristallizzazione degli attuali rapporti di potere. Una tregua priva di un processo politico e istituzionale potrebbe infatti consolidare l’amministrazione parallela degli Houthi nel nord e perpetuare la frammentazione nel resto del Paese. La denuncia secondo cui le pause umanitarie sarebbero state utilizzate per rafforzare gli arsenali mira pr ecisamente a delegittimare un approccio negoziale concentrato sulla sola riduzione della violenza. Nella prospettiva del governo riconosciuto, il congelamento del conflitto rischia di trasformare una forza insurrezionale in un attore politico-militare permanente.
La richiesta di designare gli Houthi come organizzazione terroristica risponde alla volontà di accrescere la pressione internazionale, limitarne i canali finanziari e interrompere i flussi di armamenti. Tuttavia, una simile scelta comporterebbe costi rilevanti: irrigidirebbe il negoziato, complicherebbe le operazioni umanitarie e potrebbe rafforzare la narrativa degli Houthi come movimento di resistenza contro interferenze straniere. La classificazione non rappresenta quindi un atto puramente giuridico, ma uno strumento di guerra politica destinato a incidere sugli equilibri diplomatici e sulla legittimità dei contendenti.
Sul piano regionale, lo Yemen resta connesso alla rivalità tra Iran e monarchie arabe. La capacità militare degli Houthi offre a Teheran una leva relativamente economica sulla Penisola Arabica e sul Mar Rosso, mentre l’Arabia Saudita ha interesse a proteggere il proprio confine meridionale e a uscire dal conflitto senza lasciarsi alle spalle una minaccia strutturale. Gli Emirati Arabi Uniti mantengono invece interessi specifici nel sud, nei porti e nelle vie marittime. Queste priorità non sempre coincidono con la ricostruzione di uno Stato yemenita unitario e contribuiscono alla frammentazione del fronte avversario degli Houthi.
La dimensione marittima accresce il valore geostrategico del conflitto. La prossimità allo stretto di Bab al-Mandab consente agli attori armati yemeniti di influire sui collegamenti fra Oceano Indiano, Mar Rosso e Canale di Suez. La minaccia alla navigazione trasforma pertanto una crisi nazionale in un problema di sicurezza economica globale, inducendo potenze esterne a privilegiare la protezione delle rotte commerciali rispetto alla soluzione delle cause politiche della guerra. Ne deriva il rischio di una gestione securitaria dello Yemen, orientata al contenimento delle minacce ma non alla ricostruzione del Paese.
La prolungata erosione delle strutture statali produce inoltre effetti che superano il terreno militare. Un’intera generazione cresciuta fra fame, paura e mine costituisce un bacino di vulnerabilità sociale destinato a pesare per decenni. Povertà, sfollamento, economia di guerra e assenza di servizi favoriscono il reclutamento armato, l’autonomia delle reti locali e la dipendenza dall’assistenza esterna. Anche un cessate il fuoco duraturo resterebbe fragile senza reintegrazione economica, ricostruzione amministrativa e sicurezza alimentare.
La principale posta in gioco è dunque la natura dell’ordine politico che emergerà dalla guerra. Il ripristino dello Stato invocato dal Consiglio presidenziale potrebbe significare ricentralizzazione, ma la realtà territoriale rende più plausibile una formula decentrata, accompagnata da garanzie regionali e internazionali. Il successo dipenderà dalla possibilità di integrare gli Houthi in un sistema politico senza legittimare un apparato militare indipendente, ricomporre le divisioni nel sud e allineare gli interessi delle potenze regionali. In assenza di tale convergenza, lo Yemen potrebbe stabilizzarsi non come Stato sovrano, ma come spazio frammentato governato da equilibri armati e influenze esterne.
Fonte: The Global Eye – Yemen’s path to stability depends on restoring the state, Leadership Council vice-president tells UN
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