Entra Netanyahu nella sala dell’ONU e la sala si svuota. Subito il premier israeliano reagisce: “Siete dei codardi morali. Noi difendiamo anche voi”. E’ un Benjamin Netanyahu aggressivo quello che sale sul palco dell’Assemblea Generale e parla a una sala mezza vuota dopo che decine di diplomatici si sono alzati e sono usciti al suo arrivo, qualcuno intonando cori pro-Palestina. Fuori dal Palazzo di Vetro la protesta contro il premier israeliano è ancora più accesa, con decine di persone in piazza a manifestare contro la sua presenza e diversi arresti, incluso quello dell’attrice Susan Sarandon.
Definendo le proteste un esempio di “ipocrisia sconcertante”, Netanyahu ha tirato dritto in una difesa a oltranza di Israele. Ha respinto le accuse di genocidio bollandole come la “più grande bugia del secolo”, ha attaccato Francia e Regno Unito per aver definito lo stato ebraico “colonialista” rinviando l’accusa ai due Paesi che sono quelli “che hanno coniato il termine”. Un affondo a tutto campo che non ha risparmiato il leader siriano: gli ebrei sono sulle alture del “Golan dai tempi di Mosè”, ha scandito il premier israeliano per poi puntare il dito contro il Qatar per la diffusione di bugie e contro il presidente Turco Erdogan, definito un “tiranno”.
Ancora ieri, l’81esima Assemblea generale ONU si è dimostrata teatro impotente della crisi geopolitica in atto. Presidenti, premier e diplomatici provenienti da tutto il mondo sono riuniti a New York per raccontare un quadro internazionale schiacciato da grandi conflitti che non trovano nessuno sbocco: l’escalation tra Stati Uniti e Iran, la crisi in Medio Oriente, lo Stretto di Hormuz, l’emergenza umanitaria a Gaza con l’intera questione palestinese, la guerra in Ucraina e le 70 guerre che si combattono in tutto il mondo senza.alcuna soluzione.
E poi la questione umanitaria con la pressione dei flussi migratori, la fame nel mondo, l’emergenza climatica e gli allarmi sull’ intelligenza artificiale che potrebbe catapultare il mondo in una catastrofe peggiore di una guerra. L’ONU ascolta, reagisce in silenzio come per Netanyahu, mentre i leader lanciano anatemi, primo fra tutti Trump che assicura di raggiungere la pace ma che promette la distruzione delll’Iran in caso di mancato accordo, rimandando comunque il tutto a dopo le elezioni di mid-term.
E’ ormai un palcoscenico impotente il Palazzo di vetro: i protagonisti si sono spostati altrove, poco distante: l’indirizzo è il bilarerale tra Trump e Xi Jinping.
Il peso dell’impotenza grava sulle Nazioni Unite e sul Palazzo di Vetro, una volta riferimento globale e mai come oggi fragile e sopraffatto dagli eventi con Antonio Guterres (il cui mandato scade tra poco) a credere in una rinascita e a un ritorno alla fiducia (come titola la sessione di quest’anno).
L’81esima Assemblea Generale è ormai un passaggio spartiacque per il multilateralismo. Ciò avviene in un contesto internazionale caratterizzato dalla sovrapposizione tra conflitti bellici, emergenze energetiche e la difficile gestazione di un nuovo ordine bipolare tra Stati Uniti e Cina, dove il Palazzo di Vetro si trova costretto a dimostrare la propria utilità residua nel difficile tentativo di non ridursi a un puro esercizio di retorica.
Manca un nuovo paradigma, una sintesi propositiva, nulla è emerso, nemmeno un timido embrione. Tutto sembra ancora troppo lontano.
Marzia Giglioli



