L’intervento del presidente keniano William Ruto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite va letto come qualcosa di più di una richiesta di maggiore rappresentanza africana. È una contestazione della legittimità dell’architettura internazionale costruita nel secondo dopoguerra e, insieme, il tentativo di trasformare il peso demografico, politico ed economico dell’Africa in potere istituzionale. Il bersaglio principale è il Consiglio di Sicurezza, dove il principio di uguaglianza sovrana degli Stati si arresta davanti ai privilegi dei cinque membri permanenti e al loro diritto di veto.
La posizione di Nairobi riflette una frattura ormai strutturale tra la composizione formale delle istituzioni multilaterali e la distribuzione contemporanea del potere. L’Africa comprende 54 Stati, rappresenta una quota crescente della popolazione mondiale ed è centrale nella competizione per risorse, mercati, infrastrutture e influenza diplomatica. Eppure non dispone di un seggio permanente nel principale organo internazionale responsabile della pace e della sicurezza. Questa esclusione è sempre meno sostenibile non soltanto sul piano simbolico, ma anche su quello operativo: molte questioni affrontate dal Consiglio riguardano direttamente il continente, mentre gli Stati africani restano spesso oggetto delle decisioni più che partecipanti alla loro elaborazione.
Ruto cerca di collocare il Kenya alla guida di questa rivendicazione. Nairobi dispone di alcuni vantaggi: una tradizione diplomatica relativamente solida, il ruolo di polo economico dell’Africa orientale, la presenza di importanti strutture delle Nazioni Unite e un crescente attivismo nelle missioni di sicurezza e mediazione. Presentandosi come portavoce di una riforma sistemica, il Kenya mira ad accrescere il proprio rango internazionale e a consolidarsi come interlocutore privilegiato tra Africa, Occidente e potenze emergenti. Questa ambizione, tuttavia, dovrà confrontarsi con la concorrenza di altri candidati africani a un futuro seggio permanente, tra cui Nigeria, Sudafrica ed Egitto.
La critica al Consiglio di Sicurezza si intreccia con quella al sistema finanziario internazionale, descritto come inadatto alle esigenze attuali. Per molti Paesi africani, indebitamento, costo del capitale, vulnerabilità climatica e accesso diseguale ai finanziamenti non sono questioni separate dalla sicurezza. Limitano la capacità statale, aggravano l’instabilità sociale e rendono più difficile finanziare infrastrutture, transizione energetica e adattamento climatico. Il messaggio keniano amplia quindi il concetto di sicurezza: un ordine internazionale non può dirsi stabile se concentra il potere decisionale e, allo stesso tempo, impone condizioni finanziarie più gravose alle economie con minori margini di manovra.
Questa impostazione si inserisce nella più ampia mobilitazione del Sud globale. Numerosi Stati non intendono necessariamente sostituire l’ordine multilaterale, ma chiedono di rinegoziarne gerarchie e regole. La loro strategia consiste nell’utilizzare la competizione tra Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea e potenze intermedie per ampliare la propria autonomia. In questo quadro, la richiesta di riforma non è soltanto normativa: diventa uno strumento negoziale per ottenere maggiori risorse, rappresentanza e libertà di scelta nelle partnership internazionali.
Le grandi potenze reagiranno in modo selettivo. Cina e Russia possono sostenere politicamente le rivendicazioni africane per indebolire la narrativa occidentale sull’ordine basato sulle regole, ma difficilmente accetteranno riforme che riducano il valore relativo del proprio veto. Stati Uniti, Francia e Regno Unito possono riconoscere la necessità di una maggiore presenza africana, cercando però formule che preservino la capacità d’influenza degli attuali membri permanenti. Ne deriva un paradosso: quasi tutti dichiarano di appoggiare la riforma, mentre pochi sono disposti a cedere potere effettivo.
Anche l’ipotesi di seggi africani permanenti lascia aperte questioni decisive. Occorre stabilire quali Stati dovrebbero occuparli, se debbano disporre del veto e in che modo rappresenterebbero gli interessi di un continente politicamente eterogeneo. Senza un accordo africano credibile sui criteri di selezione e sulla responsabilità dei rappresentanti, le divisioni interne offriranno alle potenze già privilegiate un argomento per rinviare il cambiamento. Il rischio è che la riforma produca nuovi titolari nazionali di status, senza rafforzare davvero la capacità collettiva dell’Africa.
Nel breve periodo, una revisione sostanziale del Consiglio di Sicurezza resta improbabile, perché richiede il consenso degli stessi Stati che dovrebbero condividere i propri privilegi. L’effetto immediato dell’iniziativa keniana sarà pertanto soprattutto politico: aumentare il costo reputazionale dell’immobilismo e consolidare una coalizione favorevole alla riforma. Nel medio periodo, se le istituzioni non si adatteranno, gli Stati del Sud globale investiranno maggiormente in organismi alternativi, coalizioni flessibili e accordi regionali, accelerando la frammentazione della governance mondiale.
La posta in gioco non è dunque soltanto la presenza africana nel Consiglio di Sicurezza. È la capacità delle Nazioni Unite di conservare legittimità in un sistema sempre più multipolare. Se l’uguaglianza proclamata continuerà a essere contraddetta dalla distribuzione del potere, il multilateralismo rischierà di perdere efficacia proprio quando rivalità strategiche, crisi climatiche, debito e conflitti richiedono istituzioni condivise. L’intervento di Ruto segnala che l’Africa non vuole più essere semplicemente inclusa nelle decisioni: vuole partecipare alla definizione delle regole.
Fonte: UN News – Equality ‘ends at the doors of the Security Council’, Kenya’s Ruto tells General Assembly
The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale



