Elezioni in Marocco: vince la coalizione di governo ma il 62% diserta le urne

Poche sorprese nelle elezioni legislative in Marocco e altissima l’astensione (62%). Il voto del 23 settembre ha premiato la coalizione tripartita del governo uscente che mantiene la maggioranza assoluta, ma cambiano gli equilibri interni. Stando ai dati del Ministero dell’Interno, il Partito dell’Autenticità e la Modernità (PAM), il più vicino a re Muhammad VI, ha vinto le elezioni e ottiene 97 seggi dei 395 della Camera unica del Parlamento. Una vittoria appannata dalla scarsa partecipazione alle urne, appena il 38,02%. Sulle elezioni, l’eco della recente crisi di Ceuta e, appena un anno fa, l’ondata di proteste dei giovani che avevano scosso il Paese.

Il PAM – fondato due decadi fa da Fuad Alí el Himma, già ministro e principale consigliere del monarca – è riuscito nell’impresa di sorpassare il RNI (Raggruppamento Nazionale di Indipendenti) del premier uscente Aziz Ajanuch. Il RNI crolla e si ferma a 66 seggi, perdendone 36 rispetto a cinque anni fa. In caduta libera anche il terzo ‘socio’, il Partito Istiqlal (Indipendenza nazionalista) che segue con 65 deputati (16 in meno). La coalizione mantiene la maggioranza con 228 seggi ma ne perde 19. Parte del successo del PAM è stato l’ingaggio due mesi fa di Fouzi Lekjaa, un tecnocrate e Ministro del Bilancio ma soprattutto potentissimo presidente della Federazione Marocchina di Calcio. Lekjaa si profila come futuro premier. E lo sarà in occasione dei Mondiali di Calcio del 2030, organizzato insieme a Spagna e Portogallo.

A sorpresa, rinasce il Partito della Giustizia e lo Sviluppo (PJD, islamista moderato), che aveva guidato il Governo di Rabat dal 2011 al 2021. Il PJD, che cinque anni fa era crollato da 125 a 13 deputati. ottiene 54 seggi, diventando la quarta forza politica del Paese nordafricano e l’unico vero partito di opposizione. Il resto della Camera è formata da una miriade di forze minoritarie senza peso politico. In Marocco, tuttavia, il vero peso politico lo detiene il Palazzo Reale. Il sovrano alauita conserva un controllo diretto su diversi ministeri (Esteri, Interni, Difesa e Affari Islamici) e dà il suo benestare al nuovo Esecutivo. Ed è il re a orientare la strategia dello Stato.

La crisi economica, il divieto di forze politiche che si scostino dalla linea ufficiale e il poco potere del Parlamento ha provocato negli anni una graduale disaffezione alle urne, in particolare da parte della popolazione più giovane. Migliaia di loro, appena un mese e mezzo fa, hanno cercato di lasciare il Paese nella speranza di entrare a Ceuta e raggiungere la Spagna. Un anno fa, la generazione Z era stata la protagonista di una ondata di proteste senza precedenti in Marocco con lo slogan “Meno stadi e più ospedali e università”. Rivendicazioni poco ascoltate dalla politica, che ha in previsione un programma di investimenti milionari per infrastrutture in vista del Mondiale di calcio. La crisi di Ceuta non è stata citata dai candidati durante la campagna elettorale, più incentrata sulle promesse economiche. Gli indicatori macroeconomici mostrano un Paese in espansione: nel 2025 il Pil è cresciuto del 4,9%. Risultati che non migliorano la vita quotidiana dei marocchini. La disoccupazione dei giovani tra i 15 a 24 anni raggiunge il 37%, per non parlare dei bassi salari e delle basse pensioni. E il malessere è stato dimostrato palesemente dalle 70mila persone che si sono buttate in mare in cerca di un futuro migliore. E 140 di loro hanno perso la vita.

Maria Eva Pedrerol

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