“Governare l’IA” non può restare una formula generica. Significa stabilire in concreto entro quale cornice di responsabilità e di potere essa debba operare; quali limiti debbano vincolarne l’impiego; quali controlli debbano accompagnarne l’uso; quali garanzie debbano essere riconosciute agli individui e agli Stati. L’intelligenza artificiale non è un settore normativo tra gli altri: è un’infrastruttura trasversale che incide sulla formazione delle decisioni, sull’uso della forza, sulla distribuzione delle risorse e sulla qualità stessa dei processi democratici. Disciplinarla significa dunque decidere quali confini porre all’esercizio del potere tecnologico e a quali condizioni esso possa dirsi compatibile con una società democratica.
Se la governance resterà simbolica — fatta di dichiarazioni, codici volontari e impegni non verificabili — mentre la tecnologia continuerà a correre più rapidamente delle istituzioni, l’ordine internazionale rischierà di subire le logiche della competizione tecnologica anziché governarle. Ne deriverebbero nuove asimmetrie di potere, zone grigie normative e spazi crescenti di irresponsabilità.
Se invece la comunità internazionale saprà trasformare i principi condivisi in obblighi progressivamente più stringenti, dotati di protocolli chiari di verifica e attribuzione, la disciplina dell’IA potrà diventare uno spazio di efficace cooperazione anziché di divisione. Non si tratta di arrestare l’innovazione, ma di inscriverla in un quadro giuridico capace di preservare la centralità della decisione umana.
Negli ultimi mesi, da più parti — organismi internazionali, esponenti politici, esperti e imprenditori del settore — è stato avanzato l’invito a rallentare lo sviluppo di nuovi modelli di IA o, quantomeno, a definire un regime multilaterale di cooperazione e controllo, sul modello di quelli elaborati per gli armamenti strategici.
Nel pieno della competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina, Frederick Kempe, presidente dell’Atlantic Council, ha richiamato lo storico vertice di Reykjavík del 1986 tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv che, nel pieno della Guerra fredda, segnò una svolta nella discussione sul controllo degli armamenti nucleari.
Il Summit di Reykjavík non fu decisivo per ciò che produsse subito: l’accordo, alla fine, mancò per poco. Fu decisivo perché portò i rivali a parlarsi partendo da una consapevolezza comune: nessuno poteva davvero vincere una corsa senza fine verso la superiorità nucleare. Anche allora non si trattava di cancellare le divergenze ideologiche né di fondare una piena fiducia reciproca. Si trattava di riconoscere una vulnerabilità condivisa davanti a un rischio sistemico, e di provare ad abbandonare la logica della proliferazione infinita.
È da questa consapevolezza che dovrebbe prendere forma ogni autentica governance dell’intelligenza artificiale. Non è in gioco soltanto la regolazione di una tecnologia. È in gioco la forma futura della sovranità, della sicurezza collettiva e della tutela dei diritti fondamentali. L’intelligenza artificiale non elimina la responsabilità: la frammenta, la distribuisce, la rende opaca e difficile da attribuire. Proprio per questo, la questione decisiva resta profondamente umana: tracciare limiti, governare i rischi e definire l’ordine giuridico entro cui i sistemi di IA potranno essere sviluppati, impiegati e controllati.
(F. KEMPE, Trump and Xi should rethink how to run the AI race, The Atlantic Council, 14 settembre 2026 (https://www.atlanticcouncil.org/content-series/inflection-points/trump-and-xi-should-rethink-how-to-run-the-ai-race/)
Diego Brasioli



