nostro commento da The Record – Nations take action on North Korean IT workers after UN report
Il rapporto del Multilateral Sanctions Monitoring Team (MSMT) mostra come l’impiego di lavoratori nordcoreani all’estero costituisca una componente strutturale della strategia economica di Pyongyang. Il meccanismo non si limita all’esportazione tradizionale di manodopera: comprende lavoratori informatici che ottengono incarichi presso imprese straniere usando identità false o rubate, intermediari che gestiscono documenti e pagamenti e facilitatori locali incaricati di occultare l’origine e la destinazione dei proventi.
Il documento amplia il precedente rapporto dedicato specificamente ai lavoratori IT nordcoreani, attivi in circa quaranta paesi. Questi operatori possono presentarsi come professionisti residenti in giurisdizioni diverse da quelle in cui si trovano realmente, superare a distanza le procedure di selezione e ricevere compensi attraverso conti intestati a terzi. La frammentazione tra luogo di lavoro, identità dichiarata, impresa committente e circuito finanziario rende difficile riconoscere il carattere statale dell’operazione.
L’elemento centrale è la destinazione dei guadagni. Secondo il rapporto, fino al 90% delle retribuzioni dei lavoratori nordcoreani all’estero può essere confiscato da funzionari del regime. Le entrate contribuiscono così alla disponibilità di valuta pregiata di Pyongyang e attenuano gli effetti delle sanzioni internazionali. Il lavoro digitale si affianca a una presenza molto più ampia: tra 20.000 e 70.000 nordcoreani sarebbero impiegati in Cina e fino a 30.000 in Russia, anche nella manifattura, nell’agricoltura e nella produzione industriale militare.
Il caso dell’Argentina è particolarmente significativo perché dimostra che la rete nordcoreana non dipende soltanto dai paesi geograficamente vicini alla penisola coreana. Le autorità argentine hanno aperto un’indagine su Antonia Doroganova, accusata di aver contribuito al riciclaggio dei guadagni prodotti da lavoratori IT nordcoreani attraverso diversi conti di pagamento. Buenos Aires ha inoltre congelato alcuni beni e adottato ulteriori misure connesse alle attività contestate. L’episodio rivela come una giurisdizione lontana dall’Asia possa diventare un nodo finanziario di uno schema concepito a Pyongyang, eseguito da operatori dislocati altrove e alimentato da imprese straniere inconsapevoli.
La risposta argentina ha una rilevanza geostrategica superiore alle dimensioni del singolo procedimento. Colpire i conti, i beni e i facilitatori finanziari significa intervenire sul punto in cui il reddito apparentemente legittimo viene trasformato in una risorsa utilizzabile dal regime. L’azione giudiziaria trasferisce quindi il contrasto dal lavoratore nordcoreano, facilmente sostituibile, all’infrastruttura internazionale indispensabile per ricevere, aggregare e trasferire il denaro. Mostra inoltre che l’applicazione delle sanzioni può estendersi oltre il tradizionale perimetro formato da Stati Uniti, Europa e alleati asiatici.
Anche il Pakistan compare come un’altra giurisdizione importante. Le autorità hanno avviato un procedimento contro Syeda Aliya Batool Zaidi, accusata di avere fornito documenti d’identità fraudolenti a lavoratori informatici nordcoreani. L’Agenzia federale investigativa pakistana ha inoltre aperto indagini su Zaidi e su altre due persone, Syed Sohail Mehdi e Syed Kazim, sospettate di aver aiutato cittadini nordcoreani a svolgere attività informatiche nel paese. Mentre il caso argentino riguarda soprattutto il riciclaggio dei proventi, quello pakistano illumina il versante documentale e logistico dello schema.
Le misure adottate da Argentina, Pakistan, Vietnam e Laos indicano pertanto una progressiva territorializzazione della risposta internazionale. Le informazioni raccolte a livello multilaterale vengono tradotte in indagini, congelamenti patrimoniali e procedimenti nazionali. Questo passaggio è essenziale perché lo schema nordcoreano prospera proprio nelle discontinuità tra ordinamenti: un’identità può essere ottenuta in un paese, un lavoro svolto da un altro, il compenso ricevuto in un terzo e infine trasferito attraverso ulteriori intermediari.
Il MSMT assume in questo contesto una funzione politica oltre che tecnica. Il meccanismo cerca di mantenere operativo il monitoraggio delle sanzioni delle Nazioni Unite in una fase in cui la convergenza tra Russia e Corea del Nord e la posizione della Cina ostacolano una risposta uniforme. Attraverso la pubblicazione di informazioni utilizzabili dalle autorità nazionali, una coalizione di Stati tenta di compensare la debolezza del consenso nel Consiglio di sicurezza e di preservare la capacità di attribuire responsabilità.
Cina e Russia restano tuttavia i principali fattori di resilienza del sistema nordcoreano. L’ampia presenza di lavoratori in entrambi i paesi offre a Pyongyang profondità territoriale, protezione politica e accesso a settori produttivi. In Russia, la manodopera nordcoreana può inserirsi nelle esigenze industriali e militari legate al conflitto con l’Ucraina. In Cina, la tolleranza verso queste reti è coerente con l’interesse di Pechino a impedire l’instabilità o il collasso del regime nordcoreano, pur evitando un sostegno troppo esplicito alle sue attività illecite.
Per le imprese internazionali, il rischio non è soltanto economico. Un lavoratore IT assunto sotto falsa identità può ottenere credenziali, accedere a reti interne, consultare dati sensibili e intervenire sul codice sorgente. Lo stesso schema può quindi generare valuta estera, raccogliere informazioni e creare opportunità per successive operazioni informatiche. Frode occupazionale, elusione delle sanzioni e minaccia cibernetica diventano aspetti di un’unica strategia asimmetrica.
Il rapporto evidenzia, in definitiva, una trasformazione del confronto con la Corea del Nord. Le sanzioni non si applicano più soltanto a navi, merci, banche o trasferimenti di armamenti, ma anche alle identità digitali, alle piattaforme di lavoro remoto e ai sistemi di pagamento. Il caso argentino dimostra quanto questa geografia possa essere estesa: una rete controllata da Pyongyang può produrre reddito presso aziende straniere e riciclarlo dall’altra parte del mondo. La capacità di contrastarla dipenderà meno dalla sola pressione sul territorio nordcoreano e sempre più dalla cooperazione giudiziaria tra paesi capaci di colpire facilitatori, documenti, conti e patrimoni lungo l’intera catena finanziaria.
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