nostro commento da fonte CNN – Frustration grows as Houthis widen Middle East conflict with US unwilling to intervene
L’allargamento del conflitto da parte degli Houthi non rappresenta soltanto un nuovo episodio della guerra yemenita. Segnala piuttosto la saldatura fra tre piani fino a poco tempo fa parzialmente separati: la lotta per il controllo dello Yemen, la competizione tra Arabia Saudita e Iran e la sicurezza delle rotte marittime che collegano l’Oceano Indiano al Mediterraneo. L’avanzata lungo la costa occidentale conferisce agli Houthi un peso che supera di molto la loro forza convenzionale. Controllare o minacciare porti, isole e accessi allo stretto di Bab el-Mandeb significa acquisire la capacità di condizionare commercio, assicurazioni, traffico energetico e calcoli militari di attori lontani dal teatro yemenita.
La frustrazione saudita nasce soprattutto dalla sproporzione tra risorse impiegate e risultati ottenuti. Riyadh dispone di superiorità aerea, sistemi tecnologicamente avanzati e sostegno informativo statunitense, ma non è riuscita a trasformare questi vantaggi in un assetto politico e militare stabile. Il problema non sembra essere soltanto la resilienza degli Houthi. È anche la debolezza strutturale del campo anti-houthi, composto da forze locali frammentate, interessi divergenti e apparati la cui consistenza effettiva può risultare inferiore a quella dichiarata. L’intelligence e la precisione delle armi possono colpire obiettivi, ma non sostituiscono una catena di comando credibile, unità terrestri motivate e un progetto politico capace di consolidare il territorio.
Per l’Arabia Saudita, una nuova campagna su vasta scala comporterebbe rischi difficili da conciliare con la propria strategia di modernizzazione economica. Un conflitto prolungato esporrebbe infrastrutture energetiche, aeroporti, città e investimenti internazionali ad attacchi relativamente economici ma politicamente destabilizzanti. Allo stesso tempo, accettare l’espansione houthi indebolirebbe la reputazione saudita come potenza guida della penisola arabica e potrebbe trasformare il confine meridionale del regno in una fonte permanente di vulnerabilità. Riyadh si trova quindi davanti a un dilemma: l’escalation non garantisce la vittoria, mentre la moderazione può essere interpretata come impotenza.
La riluttanza degli Stati Uniti a intervenire direttamente modifica il significato dell’alleanza con i partner del Golfo. Washington può fornire intelligence, difesa antimissile, supporto logistico e protezione navale, ma appare meno disposta ad assumere il costo politico e militare di un’altra guerra regionale senza obiettivi raggiungibili. Questa distinzione tra sostegno e intervento è razionale dal punto di vista americano, ma produce un problema di credibilità. Gli alleati possono chiedersi non se gli Stati Uniti siano ancora presenti, bensì quali minacce ritengano abbastanza importanti da giustificare l’uso diretto della forza.
L’Iran beneficia di questa ambiguità. Il rapporto con gli Houthi non va ridotto all’immagine di un comando remoto che impartisce ordini a un semplice delegato. Il movimento possiede una propria agenda, una base politica e militare interna e margini di autonomia. Tuttavia, assistenza, addestramento e trasferimenti tecnologici iraniani ne hanno accresciuto la capacità di operare come strumento di pressione regionale. Per Teheran, il vantaggio consiste nella possibilità di imporre costi all’Arabia Saudita e agli Stati Uniti senza esporsi necessariamente a uno scontro simmetrico. È una forma di deterrenza distribuita: molteplici attori, fronti e minacce costringono l’avversario a disperdere risorse e attenzione.
Gli Houthi, dal canto loro, stanno convertendo una forza nata nella periferia yemenita in un attore capace di influenzare l’intero equilibrio regionale. La loro strategia combina espansione territoriale, missili, droni e pressione sulla navigazione. Il valore di queste capacità non risiede soltanto nei danni materiali provocati. Risiede nell’incertezza: ogni attacco può modificare rotte commerciali, premi assicurativi, decisioni d’investimento e posture navali. Anche una capacità intermittente di interdizione può produrre effetti economici e politici superiori al costo dell’operazione.
Il nodo decisivo è Bab el-Mandeb. Se alla pressione sul Mar Rosso si aggiunge l’instabilità dello stretto di Hormuz, il sistema energetico e commerciale mondiale si trova esposto simultaneamente in due passaggi essenziali. Ciò amplia la posta in gioco ben oltre la sicurezza saudita. Egitto, Israele, monarchie del Golfo, potenze europee e importatori asiatici condividono l’interesse alla libertà di navigazione, ma non necessariamente la stessa disponibilità a sostenere i costi della sua difesa. Questa asimmetria può favorire gli Houthi e l’Iran, perché rende più difficile costruire una risposta collettiva coerente.
Una campagna limitata a bombardamenti e intercettazioni rischierebbe comunque di gestire i sintomi senza modificare l’equilibrio politico. Le capacità mobili possono essere disperse, occultate e ricostituite; l’impiego della forza può inoltre rafforzare la narrativa houthi di resistenza a potenze straniere. Al contrario, una campagna terrestre estesa esporrebbe Riyadh e i suoi partner a costi ancora maggiori, senza assicurare che la conquista di alcune località produca un ordine sostenibile. La superiorità militare convenzionale incontra così il suo limite classico: può degradare un avversario, ma non genera automaticamente istituzioni legittime né coesione nel campo alleato.
La crisi indica infine una trasformazione più ampia dell’ordine regionale. Gli Stati Uniti conservano capacità militari superiori, ma cercano di limitarne l’impiego; l’Arabia Saudita dispone di risorse ingenti, ma fatica a convertirle in influenza decisiva; l’Iran sfrutta reti di partner per moltiplicare la propria profondità strategica; gli Houthi dimostrano che un attore substatale può esercitare potere su scala internazionale controllando geografia, tempi dell’escalation e strumenti a basso costo.
La via d’uscita non può quindi essere soltanto operativa. Occorrerebbe combinare protezione delle rotte marittime, difesa delle infrastrutture saudite, ricostruzione delle forze yemenite anti-houthi e un’iniziativa politica che riduca gli incentivi all’espansione. In assenza di questa integrazione, ogni attore continuerà a privilegiare la soluzione meno rischiosa nell’immediato: Washington limiterà l’impegno, Riyadh eviterà una guerra totale, Teheran manterrà la pressione indiretta e gli Houthi sfrutteranno lo spazio lasciato dagli altri. È proprio questa somma di cautele, più che una deliberata decisione di guerra generale, a rendere possibile l’allargamento del conflitto.
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