UN News intervista Monica Juma, Executive Director di UNODC. La trasformazione tecnologica della criminalità non rappresenta soltanto una questione di ordine pubblico, ma segnala un cambiamento nella distribuzione internazionale del potere. Le reti criminali sono ormai in grado di trasferire capitali, informazioni, beni e servizi illeciti attraverso più giurisdizioni con una rapidità superiore a quella delle istituzioni incaricate di contrastarle. La digitalizzazione ha ridotto i costi operativi del crimine transnazionale, ampliato il numero delle vittime raggiungibili e reso più sfumata la distinzione tra organizzazioni criminali, intermediari finanziari, gruppi armati e apparati statali.
Il vantaggio strategico delle reti illecite deriva soprattutto dalla loro capacità di sfruttare le differenze tra ordinamenti nazionali. Mentre dati, criptovalute e comunicazioni attraversano istantaneamente le frontiere, le autorità restano vincolate a procedure territoriali, accordi giudiziari e livelli di capacità tecnica fortemente disomogenei. Ne risulta una geografia del crimine fondata non tanto sulla conquista fisica dello spazio, quanto sul controllo dei nodi più vulnerabili dell’ecosistema digitale: infrastrutture scarsamente protette, giurisdizioni opache, mercati informali, piattaforme globali e territori nei quali l’autorità pubblica è debole.
La criminalità tecnologicamente avanzata prospera inoltre nelle crisi geopolitiche. Guerre, instabilità politica, migrazioni forzate, sanzioni economiche e deterioramento istituzionale producono opportunità per il traffico di persone, il riciclaggio, le frodi digitali e il commercio clandestino. Le organizzazioni criminali non operano più semplicemente ai margini dei conflitti: possono inserirsi nelle catene logistiche, finanziare attori armati, aggirare restrizioni commerciali e fornire servizi illeciti a soggetti pubblici e privati. In alcuni contesti diventano infrastrutture parallele capaci di collegare economia legale, mercati clandestini e interessi politici.
Questa convergenza complica anche l’attribuzione delle responsabilità. Un’operazione informatica può essere condotta da criminali autonomi, da gruppi tollerati da uno Stato o da soggetti che agiscono contemporaneamente per profitto e per finalità politiche. L’ambiguità offre agli attori statali uno strumento di pressione indiretta e una forma di negabilità plausibile. La criminalità informatica diventa così parte della competizione ibrida: può indebolire economie avversarie, sottrarre tecnologie, compromettere infrastrutture e diffondere insicurezza senza oltrepassare chiaramente la soglia del conflitto armato.
Il divario digitale assume, in questo quadro, un’importanza geostrategica. I Paesi con sistemi giudiziari fragili, capacità investigative limitate e insufficiente accesso alle tecnologie forensi rischiano di trasformarsi in basi operative involontarie. La loro vulnerabilità non rimane confinata entro i confini nazionali, perché un’infrastruttura compromessa in uno Stato può essere utilizzata per colpire obiettivi situati altrove. Il rafforzamento delle capacità nei Paesi in via di sviluppo non è quindi soltanto assistenza tecnica, ma un investimento nella sicurezza collettiva e nella stabilità delle reti globali.
Allo stesso tempo, le tecnologie impiegate dai criminali possono rafforzare la risposta pubblica. Analisi automatizzata, intelligenza artificiale, strumenti investigativi digitali e cooperazione in tempo reale possono migliorare l’individuazione dei flussi finanziari e la ricostruzione delle reti transnazionali. Il problema decisivo riguarda tuttavia la distribuzione di queste capacità. Se strumenti avanzati restano concentrati in pochi Stati o aziende, si consolida una dipendenza tecnologica che può tradursi in influenza politica. L’accesso a dati, piattaforme e competenze investigative diventa una risorsa strategica e un possibile terreno di competizione tra potenze.
La convenzione internazionale sulla criminalità informatica può ridurre alcune asimmetrie, offrendo una base comune per la cooperazione, lo scambio di prove elettroniche e l’assistenza giudiziaria. La sua efficacia dipenderà però dalla fiducia tra gli Stati, oggi indebolita dalla polarizzazione geopolitica. Divergenze sulla sovranità dei dati, sulla sorveglianza e sulla tutela dei diritti possono limitare l’applicazione delle norme comuni. I governi potrebbero inoltre utilizzare il contrasto al crimine informatico come giustificazione per estendere il controllo politico dello spazio digitale, confondendo la repressione delle attività criminali con quella del dissenso.
Il 15° UN Crime Congress ad Abu Dhabi assume pertanto un significato che supera la dimensione tecnica. La scelta della sede valorizza il ruolo crescente degli Emirati Arabi Uniti come piattaforma diplomatica, finanziaria e tecnologica tra Occidente, Asia e Sud globale, ma richiama anche l’attenzione sui rischi collegati ai grandi centri finanziari transnazionali. Per Abu Dhabi, ospitare il confronto significa accrescere la propria centralità nella definizione delle regole globali; per le Nazioni Unite, significa cercare uno spazio di cooperazione in una fase nella quale le istituzioni multilaterali sono sottoposte a forti tensioni.
La questione centrale sarà trasformare il consenso generale sulla necessità di cooperare in impegni operativi. Senza meccanismi rapidi di assistenza, standard condivisi, formazione e responsabilità politica, le dichiarazioni multilaterali rischiano di restare indietro rispetto all’evoluzione delle minacce. Il futuro equilibrio della sicurezza globale dipenderà anche dalla capacità degli Stati di superare una concezione strettamente territoriale del crimine, senza sacrificare garanzie giuridiche e diritti fondamentali. La posta in gioco non è soltanto reprimere nuove forme di illegalità, ma impedire che il controllo delle reti criminali e delle tecnologie necessarie a combatterle diventi un ulteriore fattore di frammentazione dell’ordine internazionale.
The Global Eye
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