Guerra, economia, tecnologia e vulnerabilità sociale sono parti di una unica competizione per il controllo dei nodi strategici.
Il dato centrale è la trasformazione dell’interdipendenza in uno strumento di pressione: lo Stretto di Hormuz dimostra come una crisi regionale possa colpire in poche ore navigazione, forniture energetiche, prezzi e politica monetaria globale, mentre il Mar Nero conferma che rotte commerciali, porti e assicurazioni marittime sono ormai componenti operative della guerra tra Russia e Ucraina.
Le dichiarazioni statunitensi sulla possibile conclusione del conflitto con l’Iran e i colloqui con i leader del Golfo aprono una finestra negoziale, ma la drastica riduzione del traffico navale attraverso Hormuz mostra che la de-escalation politica non coincide ancora con la normalizzazione economica: armatori, assicuratori e mercati continueranno a incorporare un premio di rischio finché non emergeranno garanzie credibili e verificabili.
La crisi energetica esercita inoltre una pressione diretta sulla Federal Reserve e sulle altre banche centrali, perché un aumento dei tassi può contenere la domanda ma non riaprire una rotta marittima né aumentare l’offerta di petrolio; il rischio è quindi quello di sommare rallentamento economico e inflazione importata, trasferendo i costi geopolitici alle società.
La guerra con l’Iran investe in modo particolare la Siria, minacciandone approvvigionamenti, sicurezza alimentare e fragile ricostruzione, mentre l’instabilità interna continua a manifestarsi negli scontri con gruppi estremisti e nel difficile consolidamento della giustizia dopo le violenze nelle regioni costiere.
Damasco tenta contemporaneamente di assorbire i combattenti uiguri nelle proprie strutture di sicurezza, trasformando un problema jihadista transnazionale in una forza territorializzata e controllabile, ma questa operazione può compromettere il rapporto con Pechino e riattivare reti militanti qualora il controllo statale risultasse insufficiente.
Anche il Libano resta sospeso tra stabilizzazione e ricaduta: una missione internazionale successiva all’attuale presenza delle Nazioni Unite avrebbe efficacia soltanto se accompagnata dal rafforzamento delle istituzioni e delle forze armate libanesi, perché una pace priva di sovranità effettiva potrebbe confermare la narrativa di Hezbollah secondo cui soltanto la resistenza armata sarebbe capace di proteggere il territorio.
Nel frattempo, l’apertura delle ambasciate tra Israele e Marocco segnala che la normalizzazione diplomatica regionale può avanzare nonostante i conflitti, ma l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e l’esclusione di Mahmoud Abbas dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite restringono ulteriormente lo spazio politico palestinese e separano sempre più l’integrazione tra Stati dalla soluzione della questione palestinese.
Sul fronte russo-ucraino, le nuove sanzioni statunitensi rischiano di irrigidire la posizione di Mosca senza produrre automaticamente un compromesso, mentre la proposta turca per fermare gli attacchi alla navigazione nel Mar Nero conferma il ruolo di Ankara come potenza di cerniera, capace di dialogare con entrambe le parti e interessata soprattutto a preservare traffici, influenza regionale e libertà di manovra.
La repressione russa oltre i confini nazionali completa questo quadro mostrando come la competizione geopolitica includa intimidazione, sorveglianza e pressione sulle diaspore: l’autoritarismo non rimane confinato entro lo Stato, ma segue oppositori e giornalisti attraverso reti digitali, apparati di sicurezza e cooperazioni opache.
Questa dimensione si collega direttamente alla centralità dello spyware commerciale, capace di trasformare uno smartphone in uno strumento d’intelligence e di colpire non soltanto giornalisti e dissidenti, ma anche diplomatici, militari e funzionari; proteggere l’informazione indipendente diventa quindi una misura di sicurezza collettiva, perché un mercato incontrollato delle vulnerabilità informatiche diffonde capacità offensive che possono essere riutilizzate contro gli stessi Paesi acquirenti.
L’intelligenza artificiale amplia ulteriormente la zona grigia tra pace e guerra, permettendo a Stati come Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, oltre che a gruppi criminali, di accelerare spionaggio, sabotaggio, disinformazione e furto di proprietà intellettuale senza superare necessariamente la soglia che provocherebbe una risposta militare convenzionale. La superiorità strategica dipenderà perciò sempre meno dal numero di specialisti disponibili e sempre più dall’accesso a modelli avanzati, dati, capacità di calcolo e vulnerabilità sconosciute.
Gli episodi relativi al malware BambooToken, alla piattaforma DDoS NightmareStresser, ai costi medi degli attacchi informatici e alla possibile compromissione di account governativi italiani collegata alla fuga di dati di Revolut mostrano che il confine tra sicurezza pubblica, finanza privata e infrastrutture digitali è ormai poroso: una credenziale compromessa può propagare conseguenze tra amministrazioni, imprese e cittadini, mentre protocolli nati per dispositivi intelligenti e sistemi industriali possono diventare canali discreti di comando criminale.
A ciò si aggiunge il problema dell’affidabilità dei modelli di IA, che possono sviluppare comportamenti ingannevoli, rendendo insufficiente una governance fondata soltanto sulle dichiarazioni delle aziende. La differenza tra Stati Uniti e Cina nella percezione dei rischi dell’intelligenza artificiale riflette due modelli politici distinti: Washington tende a enfatizzare perdita di controllo, sicurezza e competizione privata, mentre Pechino mostra maggiore fiducia nella capacità dello Stato di orientare sviluppo e applicazioni; questa divergenza influenzerà standard, esportazioni tecnologiche e alleanze.
La proposta delle Nazioni Unite di stabilire principi condivisi per l’IA tenta di impedire la formazione di ecosistemi incompatibili, ma la sua efficacia dipenderà dalla volontà delle grandi potenze di accettare vincoli comuni proprio mentre considerano la tecnologia una risorsa decisiva di potenza.
La sovranità dei dati rappresenta per l’Europa un problema parallelo: accesso, uso e trasferimento transfrontaliero dei dati coinvolgono competitività, intelligence e autonomia politica, ma una risposta puramente protezionistica rischierebbe di isolare le imprese europee; occorre quindi combinare apertura regolata, reciprocità, infrastrutture affidabili e controllo degli asset sensibili.
Gli impieghi dell’IA nella previsione dell’inquinamento, nel monitoraggio dell’azione climatica e nei luoghi di lavoro mostrano inoltre che la tecnologia non è soltanto uno strumento di confronto militare, ma una capacità amministrativa e produttiva, distribuita però in modo diseguale tra Paesi, organizzazioni e categorie professionali.
Il dossier ambientale, inclusa la contaminazione da sostanze persistenti, ricorda che sicurezza e salute pubblica dipendono da sistemi di monitoraggio, dati e responsabilità regolatoria, e che i costi delle decisioni industriali possono accumularsi per decenni.
Sul piano economico, il commercio mondiale resiste ma sposta progressivamente il proprio baricentro verso l’Asia, mentre l’Europa rischia di restare un grande mercato di consumo e una potenza manifatturiera priva di sufficiente capacità di indirizzo nelle tecnologie che determinano produttività, sicurezza economica e influenza internazionale. La risposta più realistica non consiste nell’autarchia, bensì in una riduzione selettiva del rischio basata sulla diversificazione delle forniture, sulla reciprocità nell’accesso ai mercati, sulla protezione degli asset strategici e sul rafforzamento delle capacità produttive interne.
In questo contesto, il rapporto tra Unione europea e Canada assume una valenza più ampia della cooperazione bilaterale: rappresenta il tentativo delle medie potenze democratiche di organizzarsi in modo più autonomo rispetto all’incertezza statunitense, alla pressione russa e alla dipendenza industriale dalla Cina, costruendo complementarità in energia, materie prime, difesa, tecnologia e Artico. Non si tratta necessariamente di sostituire Washington, ma di rendere l’Occidente più policentrico e meno vulnerabile alle oscillazioni di una sola capitale.
Per riuscirci, l’Europa deve però superare l’illusione della pace permanente e trasformare la difesa in una funzione strutturale, sostenuta da industria, scorte, infrastrutture, innovazione e decisioni comuni. Lo stesso vale per la guerra ibrida: dichiarazioni di solidarietà e consultazioni politiche acquistano credibilità soltanto se producono costi prevedibili per l’aggressore e tempi di risposta più rapidi. La pressione di Mosca, le operazioni cyber, la manipolazione informativa e l’interferenza nelle istituzioni democratiche richiedono una deterrenza capace di integrare intelligence, protezione civile, sicurezza digitale e strumenti economici.
Il dibattito statunitense sull’impiego dell’ICE presso i seggi elettorali mostra, su un altro piano, che anche le istituzioni democratiche possono diventare terreno di confronto sul potere federale, sull’immigrazione e sulla partecipazione elettorale, con il rischio che misure presentate come sicurezza producano intimidazione e sfiducia.
I contributi sulla repressione in Venezuela e sulle rappresaglie contro chi collabora alla difesa dei diritti umani confermano infine che la competizione globale riguarda anche la possibilità concreta di testimoniare, informare e partecipare alla vita pubblica senza subire violenze.
Nell’insieme, emerge una transizione dalla globalizzazione dell’efficienza alla globalizzazione della sicurezza: energia, commercio, dati, IA, diritti, infrastrutture e istituzioni vengono valutati sempre più in base alla loro resilienza e controllabilità. La principale conseguenza geostrategica è che nessuna potenza può ottenere autonomia assoluta, ma tutte cercano di decidere da quali dipendenze accettare di essere vincolate. Per l’Europa la scelta è particolarmente netta: senza capacità militare, industriale, tecnologica e politica comune, la regolazione non basterà a evitare la marginalità; con una strategia selettiva di autonomia, alleanze più diversificate e una difesa credibile, l’Unione può invece trasformare la propria posizione di vulnerabilità in quella di una media potenza sistemica capace di proteggere gli spazi aperti senza rinunciare all’interdipendenza.
Marco Emanuele
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