Il caso di Stelios Kouloglou mostra quanto sia diventato sottile il confine tra sorveglianza di sicurezza e repressione politica. Il giornalista investigativo greco ed ex eurodeputato sarebbe stato colpito più volte con Pegasus tra il 2022 e il 2023, proprio mentre partecipava alla commissione del Parlamento europeo incaricata di indagare sull’abuso degli spyware. Gli attacchi avrebbero coinciso con fasi decisive della preparazione delle conclusioni parlamentari, suggerendo un obiettivo più ampio della semplice raccolta d’informazioni: interferire con il controllo democratico esercitato sulle tecnologie di sorveglianza.
Gli spyware commerciali più avanzati consentono di trasformare uno smartphone in uno strumento d’intelligence, accedendo a comunicazioni, documenti, microfono, fotocamera e dati di localizzazione. Le intrusioni “zero-click”, che non richiedono alcuna azione della vittima, riducono drasticamente l’efficacia delle normali precauzioni digitali. Per un giornalista, la compromissione del dispositivo non riguarda soltanto la privacy individuale: espone fonti, reti professionali, inchieste in corso e interlocutori che operano in ambienti autoritari o ad alto rischio.
La questione assume quindi una dimensione geostrategica. Il mercato degli spyware è ormai parte dell’ecosistema globale della sicurezza, nel quale società private sviluppano capacità un tempo riservate alle maggiori agenzie statali e le esportano verso governi con standard giuridici e politici molto diversi. Questa proliferazione modifica i rapporti di forza: anche potenze medie, apparati opachi o regimi con limitate capacità tecnologiche interne possono acquisire strumenti di penetrazione digitale estremamente sofisticati.
Il risultato è una privatizzazione della capacità offensiva accompagnata da una frammentazione delle responsabilità. Il produttore può sostenere di fornire strumenti destinati alla lotta contro terrorismo e criminalità, lo Stato utilizzatore può invocare il segreto nazionale e gli intermediari possono nascondersi dietro catene societarie e licenze di esportazione. In questo spazio grigio, attribuire un attacco, dimostrarne l’illegittimità e ottenere una riparazione diventa difficile, soprattutto quando le istituzioni chiamate a indagare appartengono allo stesso sistema politico che potrebbe aver autorizzato la sorveglianza.
L’impiego di spyware contro giornalisti produce inoltre un effetto che va oltre il singolo bersaglio. La possibilità di essere sorvegliati induce le fonti al silenzio, ostacola le indagini transnazionali e indebolisce la capacità della stampa di controllare governi, servizi di sicurezza e interessi economici. Non serve arrestare un’intera redazione: può bastare compromettere pochi nodi centrali della sua rete informativa. La sorveglianza diventa così uno strumento di intimidazione preventiva e di erosione invisibile dello spazio democratico.
Le iniziative volontarie adottate da alcuni governi hanno riconosciuto il problema, ma non hanno creato obblighi uniformi né meccanismi efficaci di applicazione. Dichiarazioni politiche e codici di condotta possono innalzare gli standard, ma lasciano margini considerevoli alle interpretazioni nazionali e non impediscono che imprese, competenze o infrastrutture vengano trasferite verso giurisdizioni più permissive. Un mercato transnazionale non può essere governato attraverso impegni isolati e facilmente reversibili.
La risposta dovrebbe coprire l’intero ciclo di vita dello spyware: sviluppo, finanziamento, esportazione, acquisto, impiego e verifica successiva. L’autorizzazione preventiva di un giudice indipendente, la definizione tassativa degli obiettivi legittimi, la dimostrazione di necessità e proporzionalità e controlli successivi effettivi rappresentano garanzie minime. A queste andrebbero affiancate regole comuni sulle esportazioni, obblighi di trasparenza compatibili con le esigenze operative e sanzioni capaci di colpire sia gli utilizzatori abusivi sia le aziende consapevoli del rischio di impiego illecito.
Serve anche un meccanismo internazionale di risposta rapida che permetta di condividere e verificare le segnalazioni, assistere le vittime e coordinare attribuzione tecnica, indagini e misure restrittive. La natura senza frontiere degli attacchi rende insufficiente la sola tutela nazionale: il produttore, l’operatore, il bersaglio e l’infrastruttura digitale possono trovarsi in quattro Paesi diversi. Senza cooperazione, le divergenze normative diventano un vantaggio competitivo per gli attori meno trasparenti.
Un divieto assoluto incontra tuttavia la resistenza degli Stati, che considerano questi strumenti potenzialmente utili contro minacce gravi. Il punto decisivo non è dunque presentare la regolamentazione come alternativa alla sicurezza, ma come sua condizione. Un settore incontrollato espone anche diplomatici, militari, funzionari e infrastrutture strategiche dei Paesi acquirenti, alimenta la diffusione di vulnerabilità sconosciute e rende più probabile che capacità offensive finiscano nelle mani di avversari.
Proteggere i giornalisti dagli spyware significa, in ultima analisi, proteggere un’infrastruttura essenziale della sicurezza democratica. La stampa contribuisce a individuare corruzione, interferenze straniere, abusi dei servizi e reti criminali; colpirla indebolisce i sistemi di allerta delle società aperte. Gli strumenti giuridici necessari esistono già in larga parte. Ciò che manca è la volontà politica di trasformare principi generali in vincoli verificabili, prima che la sorveglianza commerciale diventi una componente ordinaria e incontrollabile della competizione tra Stati.
Fonte: Catherine Amirfar/Just Security – Spyware Abuse: What States Must Do Under International Law
The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale



