La tenuta del commercio mondiale, nonostante guerre, dazi e crescenti tensioni tra le grandi potenze, smentisce l’ipotesi di una deglobalizzazione lineare. Gli scambi non stanno scomparendo: si stanno riorganizzando lungo nuove direttrici, con una maggiore regionalizzazione delle catene produttive, una selezione più politica dei partner e un progressivo spostamento del baricentro economico verso l’Asia. Il record di oltre 26 mila miliardi di dollari raggiunto dagli scambi di beni nel 2025 descrive dunque una globalizzazione ancora vitale, ma sempre meno occidentale.
Il dato più rilevante è la concentrazione asiatica della crescita. Nei primi sei mesi del 2026, il 90% dell’espansione dell’export mondiale è stato generato dall’Asia, con la Cina in posizione dominante e il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione come principale leva. Gli Stati Uniti restano il maggiore polo della domanda e delle importazioni, mentre Pechino consolida il ruolo di piattaforma produttiva ed esportatrice. Intorno a questi due centri si rafforzano India, ASEAN e, con tempi diversi, America Latina e Africa subsahariana. Sta emergendo così un sistema nel quale Washington continua a sostenere i consumi globali, ma una quota crescente della capacità industriale, tecnologica e commerciale si concentra fuori dall’Occidente.
L’Europa appare il soggetto più esposto a questa trasformazione. Il contributo sostanzialmente nullo alla crescita dell’export mondiale non indica soltanto una fase congiunturale debole, ma segnala problemi strutturali: ritardo digitale, costi energetici elevati, frammentazione del mercato interno, investimenti insufficienti e assenza di una politica industriale comune dotata di scala finanziaria adeguata. Il rischio è che l’Unione europea conservi un grande mercato di consumo e un robusto patrimonio manifatturiero, perdendo però capacità di indirizzo nelle tecnologie che determinano produttività, sicurezza economica e potere internazionale.
In questa cornice, la competizione commerciale assume un significato direttamente geopolitico. Semiconduttori, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale, batterie e materie prime critiche non sono più settori regolati soltanto dal principio dell’efficienza. Sono diventati strumenti di autonomia strategica e leve di pressione tra Stati. La crescita asiatica riflette quindi non solo una maggiore competitività industriale, ma anche la capacità di integrare politica commerciale, investimenti, controllo delle filiere e obiettivi di sicurezza nazionale.
L’Italia mostra una capacità di resistenza superiore a quella del quadro europeo, con esportazioni cresciute del 3,3% nel 2025. La performance, tuttavia, poggia su basi ristrette: pochi mercati, soprattutto quello statunitense, e pochi comparti, con un ruolo decisivo della farmaceutica. Questa concentrazione espone il Paese a shock normativi, tariffari e valutari. L’effetto dei dazi americani, stimato fino a una riduzione del 9% delle vendite dei prodotti interessati nell’arco di nove mesi, dimostra quanto la dipendenza da singole destinazioni possa trasformarsi rapidamente in vulnerabilità strategica.
Anche il rapporto con la Cina presenta una doppia natura. Pechino è contemporaneamente mercato, concorrente sistemico e fornitore essenziale di componenti e tecnologie. Un disaccoppiamento netto sarebbe economicamente costoso e difficilmente praticabile, ma la prosecuzione inerziale delle relazioni aumenterebbe le dipendenze europee. La risposta più realistica è una politica di riduzione selettiva del rischio, fondata su reciprocità nell’accesso ai mercati, tutela degli asset sensibili, diversificazione delle forniture e rafforzamento delle capacità produttive interne. Gli argini commerciali possono essere utili, ma senza investimenti europei rischiano di limitarsi a una strategia difensiva.
Per l’Italia, diversificare l’export diventa quindi una priorità di sicurezza economica. India, ASEAN, America Latina, Golfo e Africa subsahariana offrono margini di crescita, ma richiedono strumenti di accompagnamento finanziario, presenza diplomatica, accordi commerciali e capacità di costruire relazioni industriali durature. Non basta sostituire un mercato maturo con uno emergente: occorre inserirsi nelle nuove catene del valore con investimenti, produzione locale, trasferimento di competenze e partenariati infrastrutturali.
La questione centrale non è più soltanto quanto esportare, ma in quali settori, verso quali aree e con quale grado di autonomia. Senza una politica industriale europea, l’Italia rischia di difendere singole eccellenze all’interno di un continente in progressiva perdita di peso. Il commercio mondiale continua a crescere, ma la sua nuova geografia distribuisce potere oltre che ricchezza. L’Asia sta conquistando entrambi; l’Europa deve decidere se restare un mercato di destinazione o tornare a essere un polo produttivo, tecnologico e strategico.
Fonte: Nicoletta Picchio, Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2026, ‘Export, l’Asia traina gli scambi mondiali mentre l’Europa è ferma’
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