ITU e WBA: Rapporto ‘Green Digital Companies 2026’

Secondo Digital Watch Observatory, il nuovo rapporto Greening Digital Companies: Monitoring Emissions and Climate Commitments 2026, pubblicato da ITU e World Benchmarking Alliance, mostra con chiarezza che il settore digitale è entrato in una fase critica: da un lato cresce la trasparenza su emissioni, energia e target climatici; dall’altro, l’espansione di AI, cloud e infrastrutture digitali sta facendo aumentare i consumi elettrici e rende sempre più difficile tradurre gli impegni climatici in risultati reali.

Il dato più rilevante è quantitativo ma ha implicazioni pienamente geostrategiche. I 163 gruppi che hanno riportato i propri dati hanno consumato complessivamente 494 TWh di elettricità, pari a circa l’1,7% del consumo elettrico globale. I dieci operatori più energivori assorbono da soli più della metà del totale dichiarato. Questo significa che il digitale non è più soltanto una leva di efficienza o innovazione, ma una grande infrastruttura energetica globale, capace di incidere direttamente sugli equilibri tra transizione, sicurezza elettrica, investimenti in rinnovabili e competitività industriale.

Un secondo elemento decisivo riguarda la geografia del consumo. Digital Watch Observatory segnala che in Asia orientale e nel Pacifico è concentrata la quota più alta di elettricità consumata, con 289 TWh, ma con una quota di elettricità rinnovabile dichiarata pari solo al 19%. Al contrario, Nord America ed Europa-Asia Centrale riportano quote di rinnovabili molto più alte, rispettivamente 68% e 69%. Questo dato suggerisce una frattura strategica crescente: la digitalizzazione globale non avanza su una base energetica omogenea, ma dentro un mondo diviso tra sistemi tecnologici che riescono più facilmente a decarbonizzare e altri che restano molto più dipendenti da mix energetici ad alta intensità emissiva.

Il terzo nodo, forse il più importante, è il rapporto tra AI e impronta climatica. Nella lettura proposta da Digital Watch Observatory, le emissioni operative di quattro grandi gruppi fortemente esposti all’AI – Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta – sono salite fino al 192-239% dei livelli del 2020, mentre un gruppo di grandi operatori telecom è riuscito a ridurre le proprie emissioni a circa l’89% dei livelli del 2020. Non tutti i segmenti del digitale si stanno muovendo nella stessa direzione. La corsa all’AI e alla potenza di calcolo rischia di diventare un potente acceleratore di domanda elettrica e di emissioni, proprio nel momento in cui il sistema climatico richiederebbe invece una drastica riduzione dei gas serra.

Un punto strutturale assai importante è che la vera impronta climatica del settore non si esaurisce nelle emissioni dirette o nell’energia acquistata. Le Scope 3 emissions, cioè quelle lungo la catena del valore, rappresentano il 76% delle emissioni totali tra le aziende che hanno pubblicato un inventario completo. Questo sposta la questione oltre il perimetro delle sedi, dei data center o del procurement energetico: il problema climatico del digitale riguarda l’intera filiera materiale della tecnologia, dai componenti ai fornitori, dalla produzione hardware alle reti globali di approvvigionamento.

Un altro dato strategico è la distanza tra impegni e implementazione. Il rapporto, come riferisce Digital Watch Observatory, mostra progressi nella disclosure, nell’acquisto di elettricità rinnovabile e nella definizione di target net-zero. Ma solo il 41% delle aziende supera la soglia di un piano di transizione climatica davvero comprensivo, e nessuno dei dieci maggiori emettitori operativi possiede un target validato dalla Science-Based Targets initiative allineato a una traiettoria di 1,5°C. In altre parole, il settore digitale sta migliorando il linguaggio della sostenibilità, ma non ancora la credibilità esecutiva della transizione.

Da qui emerge la questione geostrategica di fondo: il digitale è ormai uno dei luoghi in cui si decide la relazione tra potenza tecnologica e sostenibilità sistemica. Se le grandi imprese ICT restano tra i maggiori acquirenti corporate di elettricità rinnovabile, possono certamente stimolare nuovi investimenti nella generazione pulita. Ma la loro leadership sarà davvero significativa solo se riusciranno a coniugare crescita di AI, cloud e infrastrutture con una reale decarbonizzazione dell’intero sistema elettrico e industriale da cui dipendono.

Molto importante è anche il richiamo al lavoro dell’ITU-D Expert Group on Telecommunication/ICT Indicators, che ha istituito un sottogruppo sugli indicatori nazionali di monitoraggio delle emissioni del settore ICT. Questo elemento segnala che la partita non è più solo aziendale ma sta diventando una questione di governance pubblica, standardizzazione dei dati e allineamento tra reporting corporate e politiche climatiche nazionali. In prospettiva, chi saprà misurare meglio l’impronta del digitale, armonizzare indicatori e integrare questi dati nelle strategie energetiche avrà un vantaggio anche sul piano della pianificazione industriale e normativa.

Il quadro descritto da Digital Watch Observatory mostra che il settore digitale non può più essere pensato come immateriale. E’ una potenza fisica, energivora, infrastrutturale e sempre più centrale negli equilibri della transizione climatica globale. La vera frattura del prossimo ciclo tecnologico potrebbe quindi non passare solo per chip, AI o cloud, ma per la capacità di far crescere il potere digitale senza trasformarlo in un moltiplicatore ingestibile di domanda energetica, emissioni e squilibri climatici.

M.E.

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Geostrategic magazine (5 september 2026)

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