Studenti ed esponenti dell’opposizione serbi presi di mira dagli spyware Pegasus e NoviSpy

Secondo Digital Watch Observatory, in Serbia la sorveglianza digitale non è più soltanto un problema di sicurezza o di privacy, ma sta diventando una questione di integrità democratica. La combinazione tra spyware commerciali di fascia alta come Pegasus, strumenti di estrazione forense e malware locali come NoviSpy suggerisce l’esistenza di un ecosistema di intrusione capace di colpire opposizione, movimenti studenteschi e società civile proprio in una fase politicamente sensibile, a ridosso di elezioni locali e in vista delle elezioni parlamentari anticipate di ottobre.

Il punto più grave è la doppia modalità della minaccia. Da una parte c’è il modello più sofisticato e remoto, rappresentato da Pegasus, capace di infettare un iPhone con un exploit zero-click via iMessage, senza alcuna interazione da parte dell’utente. Dall’altra emerge il modello più “fisico-istituzionale”: telefoni sequestrati, sbloccati con strumenti forensi e poi infettati con spyware Android come NoviSpy. Questa duplice traiettoria è strategicamente rilevante perchè amplia enormemente la superficie del rischio: non solo dispositivi vulnerabili a distanza, ma anche apparati di polizia e sicurezza che, se usati impropriamente, possono trasformarsi in vettori diretti di sorveglianza politica.

La portata del fenomeno è significativa. Digital Watch Observatory richiama le indagini della SHARE Foundation, secondo cui almeno 14 persone sarebbero state prese di mira dall’inizio del 2026, nella più ampia ondata di sorveglianza documentata finora in Serbia. Tra i bersagli figurano membri del movimento studentesco, attivisti, un deputato dell’opposizione e un consigliere locale. Il fatto che la tempistica coincida con tornate elettorali locali e preceda elezioni parlamentari anticipate conferisce al caso una dimensione ulteriore: non si tratta solo di sorveglianza individuale, ma di un potenziale strumento di alterazione degli equilibri politici e della competizione democratica.

Molto rilevante è anche la dimensione simbolica e tecnica del caso Pegasus. Come riferisce Digital Watch Observatory, Citizen Lab ha confermato l’infezione del telefono di un membro del movimento studentesco tramite un attacco zero-click, con indicatori ad alta affidabilità tra dicembre 2025 e gennaio 2026. Un attacco di questo tipo non compromette soltanto messaggi e dati: può trasformare il dispositivo in un sensore occulto, attivando microfono e videocamera. In un contesto di protesta politica, questo significa accesso a reti relazionali, strategie organizzative, conversazioni riservate e forme di coordinamento interno. Il telefono diventa così non un semplice oggetto personale violato, ma una porta d’ingresso nell’infrastruttura informale della mobilitazione democratica.

Parallelamente, il caso NoviSpy mostra un’evoluzione più locale ma non meno inquietante. Una nuova versione del malware – più difficile da rilevare – sarebbe stata trovata su dispositivi Android, incluso quello di uno studente il cui telefono era stato precedentemente confiscato durante un interrogatorio di polizia. In un altro caso, messaggi privati Viber sarebbero finiti in televisione. Questo passaggio è geostrategicamente importante perchè suggerisce una saldatura tra sorveglianza, esposizione mediatica e pressione politica, dove il dato intercettato non serve solo a monitorare, ma può anche essere usato per intimidire, delegittimare o spezzare reti di opposizione.

Il nodo più profondo riguarda quindi oversight e accountability. Se l’uso di strumenti di sorveglianza intrusiva investe oppositori politici, attivisti e società civile, il problema non è solo se vi sia stata o meno un’autorizzazione formale, ma se esistano davvero controlli indipendenti capaci di limitare l’abuso di tecnologie concepite per scopi di sicurezza. Le smentite delle autorità serbe non chiudono la questione; al contrario, la rendono ancora più sensibile, perchè spostano il dibattito sul terreno della prova, della verifica indipendente e della fiducia pubblica nelle istituzioni.

In prospettiva, il caso serbo illumina una tendenza più ampia. La sorveglianza digitale non è più soltanto una prerogativa di Stati autoritari o di scenari eccezionali: può insinuarsi dentro sistemi formalmente pluralisti, sfruttando strumenti commerciali globali, malware locali, crisi di trasparenza e vulnerabilità del periodo elettorale. Per questo Digital Watch Observatory collega esplicitamente il tema della spyware governance alla protezione della privacy politica, della libertà di espressione e della partecipazione elettorale.

Il caso serbo mostra come le tecnologie di sorveglianza possano diventare una leva di pressione sul pluralismo democratico, soprattutto quando entrano in gioco elezioni, protesta sociale e opposizione politica. In questo senso, la questione non riguarda solo la Serbia. Riguarda l’intero spazio europeo e balcanico, dove la resilienza democratica dipenderà sempre di più dalla capacità di controllare chi usa queste tecnologie, con quali basi legali, contro chi e con quali garanzie.

M.E.

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

Geostrategic magazine (4 september 2026)

Latest articles

Related articles