(Marzia Giglioli)
Quarta notte di attacchi Usa in Iran sulle città della costa. Mentre Teheran attacca una nave militare del Kuwait. L’intesa è saltata ed è guerra reciproca con Trump che avverte: “senza un accordo colpiremo centrali e ponti”. Ma fa dietrofront sull’imposizione di un pedaggio USA per attraversare Hormuz.
“Il ritorno agli attacchi militari non apre per ora a nessuna soluzione valida né per l’Iran né per gli Stati Uniti”, nota Brett H. McGurk, analista di affari internazionali della CNN che ha ricoperto posizioni di rilievo nel campo della sicurezza nazionale sotto le presidenze di George W. Bush, Barack Obama, Donald Trump e Joe Biden.
Per provare a fare pronostici si deve partire dalla domanda centrale su quali siano oggi gli obiettivi, trascorsi quasi 5 mesi dai primi raid.
Perchè ora Hornuz è la partita centrale e all’inizio non era nel conto. Oggi, l’obiettivo principale degli Stati Uniti è quello di aprire lo Stretto come in un ritorno al futuro.
Secondo MGurk, “gli Stati Uniti e l’Iran stanno per raggiungere la metà (30 giorni) di un memorandum d’intesa di 60 giorni firmato da Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Tale documento prevedeva la concessione all’Iran di agevolazioni sotto forma di allentamento delle sanzioni in cambio del passaggio sicuro per le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Tuttavia, secondo i suoi termini, il documento sembra concedere all’Iran il diritto di definire le modalità di navigazione da adottare nello Stretto durante questo periodo”.
Teheran interpreta il documento alla lettera, mentre gli Stati Uniti hanno fatto riferimento a intese collaterali che vanno oltre il testo.
“La scorsa settimana” – riferisce ancora Mc Gurk – droni iraniani hanno preso di mira due navi: una del Qatar che trasportava gas naturale liquefatto e un’altra dell’Arabia Saudita che trasportava petrolio greggio. Secondo alcune fonti, l’Iran avrebbe fatto trapelare, tramite intermediari, che gli attacchi sarebbero stati un errore. Alcuni hanno addirittura affermato che riflettessero una lotta di potere interna a Teheran tra coloro che miravano a mantenere intatto il memorandum d’intesa e coloro che erano disposti a rischiare un’ulteriore escalation con gli Stati Uniti”.
Trump ha rapidamente ordinato attacchi aerei di rappresaglia per far rispettare l’interpretazione americana del memorandum d’intesa, a seguito di ulteriori attacchi iraniani contro navi, e poi, questa settimana, il memorandum d’intesa si è completamente dissolto. Lunedi la nuova svolta: Trump annuncia la reintroduzione del blocco sui porti iraniani, affermando che gli Stati Uniti erano pronti a diventare i “guardiani” dello Stretto in cambio di un qualche tipo di compenso (un pedaggio), ipotesi poj rientrata anche per i malumori di diversi Paesi del Golfo. Gli Stati Uniti hanno quindi lanciato un’altra serie di attacchi aerei all’interno dell’Iran e Teheran ha preso di mira due navi mercantili al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti. La cronaca di queste ore ripete la reciprocità degli attacchi.
Intanto lo Stretto Hormuz è di fatto bloccato e poche navi rischieranno di attraversarlo: ieri solo una decina sono state registrate. Mentre l’impennata del petrolio fa aumentare la pressione sulla Casa Bianca perchè si riproponga un accordo.
La verit+ e’ che ora gli Stati Uniti e l’Iran sono tornati esattamente alla situazione che esisteva prima della firma del memorandum d’intesa.
L’Iran sembra calcolare che la sua pressione sullo Stretto costringerà gli Stati Uniti a cedere e a ottenere condizioni per un nuovo equilibrio in Medio Oriente, con Teheran di fatto al comando di un punto strategico globale. Gli Stati Uniti, dal canto loro, sembrano scommettere che la nuova pressione costringerà l’Iran a desistere e a permettere il flusso ininterrotto di scambi commerciali che esisteva prima dell’inizio della guerra.
In questa equazione, l’Iran avrebbe due vantaggi, uno consolidato e uno recente. Quello consolidato è la forza naturale del territorio. Teheran sta usando la sua posizione geografica per costringere gli Stati Uniti a una competizione asimmetrica e neutralizzare i vantaggi della potenza militare di Washington. Il vantaggio recente è la guerra con i droni, in particolare gli Shahed, economici da produrre e in grado di percorrere oltre 1.600 chilometri per colpire una petroliera lenta nel cuore della notte. I droni possono essere abbattuti e deviati, ma basta un solo attacco, o anche solo la minaccia di un attacco, per bloccare il traffico commerciale. Questi due vantaggi favoriscono l’Iran, almeno nel breve termine. Gli attacchi anche sporadici ricordano e ripropongono la situazione degli Houthi nel Mar Rosso.
La doppia pressione su quest’area e lo Stretto di Hormuz metterebbero ulteriormente a dura prova l’economia. Teheran e Washington stanno scommettendo a vicenda. Il presidente USA intanto promette un’escalation e la guerra potrebbe entrare nella fase più dura, ma l’accordo è sempre possibile.



