(Carlo Rebecchi)
C’è un gran parlare dell’ Iran e del petrolio, in queste ore al G7 di Evian, e la cosa è ovviamente scontata. Se venerdì Stati Uniti e Iran firmeranno il protocollo per l’avvio del vero e proprio negoziato di pace, il mondo intero non potrà non tirare un sospiro di sollievo: come ha detto Donald Trump, il petrolio “tornerà a scorrere”, il mondo dell’economia tornerà a produrre a pieno ritmo e tutti quei governanti che avevano dato per scontata una crisi economica mondiale senza precedenti festeggeranno. Ma la verità è che i temi più importanti sono soltanto rinviati, e non risolti. Entrambi gli attori principali, Washington e Teheran , quando si sono sentiti sull’orlo del precipizio da grandi “Nemici”, hanno finito per imboccare la strada negoziale in cui nessuno dei due vince. Con un realismo peraltro scontato, dato che entrambi hanno dimostrato i rispettivi punti deboli: gli Stati Uniti, prima potenza militare del mondo, non sono riusciti ad avere la meglio sull’Iran rispetto alle enunciazioni di Trump. Mentre gli iraniani, privati con il blocco navale Usa delle entrate petrolifere, hanno dovuto subire anch’essi la legge del più forte.
Non ci sono soluzioni certe all’orizzonte, mentre molte cose sono cambiate in questi mesi di conflitto nel mondo degli Alleati e, come affermano gli osservatori più attenti, il punto sul quale il G7 si misura ad Evian è la spaccatura “dentro” l’Occidente. Lo afferma, in un articolo sul quotidiano La Stampa, l’Ambasciatore Stefano Stefanini. Una spaccatura messa in risalto dal profondo disinteresse mostrato a Evian dal presidente degli Stati Uniti per gli interlocutori europei e occidentali, a cominciare dalla freddezza con la quale Trump ha salutato – non era del resto la prima volta – il padrone di casa Emmanuel Macron. E dando un significato negativo, e per alcuni offensivo, alla disponibilità europea di aiutare il processo di pace nel Golfo.
Macron – che è riuscito a convincere Trump a partecipare ad un vertice che aveva in più occasioni minacciato di disertare – ha lavorato soprattutto per impedire un ulteriore allargamento del fossato che ormai separa l’Europa da Washington. Come possono dimenticare, i soci del G7, che il presidente Usa ha attaccato l’Iran, insieme all’alleato israeliano, senza neppure avvertire gli alleati più stretti della Nato? E che questa guerra sta pesando soprattutto sugli alleati europei, che già si stanno facendo carico di un’altra guerra, quella dell’Ucraina, di cui è responsabile Vladimir Putin, ma tra le cui concause ci sono scelte americane relative all’ allargamento della Nato destinate ad essere interpretate da Mosca come “contro” la Russia?.
E’ per questo insieme di ragioni, cui se ne potrebbero aggiungere molte altre di carattere economico e commerciale, che il G7 di Evian – più che una vetrina in cui ciascuno dei partecipanti celebra se stesso pensando soprattutto a non irritare Trump – dovrebbe essere l’occasione per una riflessione per capire se la fitta rete transatlantica tessuta in passato da grandi statisti, come Harry Truman o Helmut Kohl, esista ancora o non ci sia più. Evian è importante perché dimostra che l’Europa non serba rancore ed è disposta a lavorare anche con un personaggio imprevedibile come Trump. Una risposta giungerà verosimilmente nel vertice della Nato in Turchia, fra tre settimane.



