(Marco Emanuele)
Chi ha conosciuto, direttamente o attraverso le sue opere, l’intellettuale Edgar Morin sa che la cultura mondiale ha perso un maestro profondissimo. Morin, per lo scrivente, ha rappresentato molto: è stato un padre culturale.
Forse, il tributo corretto a Morin è riconoscerne l’originalità, non legandolo a qualsivoglia corrente culturale: egli ha incarnato il pensiero complesso con la sua stessa vita, sempre in ricerca.
Ricordare Morin è esercizio nell’oltre. Lui vive nelle prospettive da costruire, in ogni scelta di non arrendersi, in ogni quotidiano tentativo di ricomposizione del mosaico umano-planetario. Perché Morin ha fatto questo lungo tutta la sua vita, ha amato la meravigliosa verità (mai dogmatica) del e nel diventare.
Morin ci ha insegnato l’importanza dell’errore, a non averne paura, a non nasconderlo. Anzi, ci ha detto che noi siamo (fortunatamente) imperfetti, incerti, naviganti nelle correnti di quell’oceano imprevedibile chiamato storia. Per questo siamo, e dobbiamo ricominciare a essere, pienamente umani.
Morin ha attraversato il ‘900 ma ha fatto in tempo a respirare anche i grandi progressi e le altrettante contraddizioni del terzo millennio. Tragedie e progressi fanno parte dell’esperienza umana, da sempre e per sempre: se l’uomo è diventato capace di auto-distruggersi, egli ha in sé tutte le possibilità di correggere la rotta e di percorrere le strade di futuri sostenibili.
Morin ci lascia il testimone. Noi lo abbiamo raccolto tempo fa e l’unico modo che conosciamo per onorarne la memoria è continuare a ricongiungerci nella complessità del reale, nella Terra-Patria: ciò che lui ci ha indicato, senza mai salire in cattedra.



