(Marzia Giglioli)
Il recente voto inglese, che ha messo ancora più in difficoltà i Labour e lo stesso Starmer, apre un interrogativo più profondo e riguarda l’intera Europa e la capacità di governare le socialdemocrazie.
Per Giovanni Orsina, politologo della Luiss, il recente esito delle elezioni locali inglesi, che ha di fatto decretato la vittoria del partito trumpiano di Farrage, evidenzia “una trasformazione in cui l’Occidente perde centralità e le sue democrazie perdono forza”. “Saltiamo da una risposta inadeguata all’altra, in attesa di quella giusta”, afferma senza mezzi termini Orsina.
L’idea è che l’Inghilterra rappresenti in questo momento l’epicentro della crisi occidentale e, non a caso, è anche uno degli obiettivi delle invettive di Trump che continua ad attaccare Starmer a ogni occasione, bocciando ogni sua mossa e ironizzando sul paragone con Churchill.
È comunque dall’Inghilterra che partono molte delle contraddizioni europee, a partire dalla Brexit e oltre. L’Uscita di Londra dall’UE ha segnato una ferita, che racconta molto dell’incapacità europea di creare e realizzare un progetto unitario. Ora che la storia sta cambiando, come le storie delle alleanze, si è ancora ai pali di partenza e si aggiungono nuovi paradossi.
La Brexit continua a dividere la Gran Bretagna. La decisione di uscire dall’Unione Europea ha danneggiato indubbiamente l’economia inglese, eppure il recente voto amministrativo ha visto perdere il premier Keir Starmer, che punta ad un riavvicinamento con Bruxelles, e ha fatto vincere Nigel Farage, che è di parere totalmente opposto.
La vicenda elettorale che ha travolto Starmer sembra proprio la cartina tornasole di una ricerca di identità, ancora ai primordi, che non riguarda solo i Labour e che trova le stesse contraddizioni nel Vecchio Continente. Si è di fronte a una ricerca che si muove senza complessità e che sfocia spesso in percorsi rigidi di fronte alle policrisi globali.
Inoltre, se una Europa senza gli Stati Uniti è già una realtà, complicata ma perfettibile, pensare ad un’Europa più forte senza Londra è una incognita ancora più grave.
Ora l’Inghilterra deve scegliere la strada. Starmer punta a un più deciso riavvicinamento post Brexit all’UE, a 10 anni dal referendum del giugno 2016, ma è anche la “carta della disperazione” che si prepara a giocare dopo la debacle elettorale del 7 maggio. Nelle file dei Labour, intanto, i venti di rivolta contro la sua leadership assumono contorni da ultimatum. Dall’altra parte c’è la destra trumpiana anti-immigrazione di Reform UKk, guidata dall’ex tribuno brexiteer Nigel Farage, e l’ascesa a sinistra dei Verdi di Zack Polanski.
Il primo ministro laburista ha provato a reagire a quanto sta accadendo, affidandosi alla nomina a consiglieri di due vecchie glorie quali l’ex premier Gordon Brown e l’ex ministra Harriet Harma, fiigure stimate, ma forse non in grado di simboleggiare il cambiamento che ci si attende in una sfida così serrata. Ecco, quindi, che l’attesa si sposta sull’ennesimo “piano di rilancio” dell’azione di governo basata stavolta sull’impegno ad accelerare il passo verso “un reset” con Bruxelles. L’obiettivo è sistanzialmente quello di fermare “il populismo di destra e di sinistra”, rispolverando proposte sul mercato unico. Ma dietro c’è molto di più della poltrona di Starmer.



