Hormuz, la crisi ‘sospesa’ tra Usa e Cina

(Marzia Giglioli) 

Ogni giorno, il blocco dello Stretto di Hormuz provoca la perdita di 14 milioni di barili di petrolio, pari al 14% della produzione mondiale. Ma i mercati sono stranamente calmi, il prezzo del petrolio Brent rimane ben al di sotto delle previsioni catastrofiche di inizio guerra e ci si chiede, sempre di più, come ciò sia possibile.

Secondo gli analisti, l’aumento delle esportazioni da altri paesi e il calo delle importazioni hanno creato un sorprendente mini-eccesso di offerta. Ma la resa dei conti a livello dell’energia mondiale è solo rimandata, non è certo evitata.

Ora gli occhi sono puntati sull’esito dell’incontro tra Trump e Xi Jinping e sul ruolo della Cina nel cercare una soluzione del conflitto. “Non credo che abbiamo bisogno di aiuto con l’Iran”, ha detto alla vigilia del bilaterale a Pechino il presidente Trump su una possibile intercessione di Xi. Ma il vertice Xi-Trump, com’è fin troppo chiaro, ha tre capitoli essenziali: l’Iran, i dazi e il futuro tech.

Il dominio del gigante asiatico nel settore delle terre rare offre al presidente cinese una carta vincente per strappare concessioni a Trump. Il leader cinese si presenta in posizione di forza rispetto al suo omologo, indebolito dalla guerra in Iran, ma le ripercussioni economiche del conflitto sono dietro l’angolo per Pechino e le controversie commerciali potrebbero attenuare a breve l’attuale vantaggio cinese. Entrambi sono consapevoli che la guerra economica sta logorando troppi fronti.

Quest’ anno è stato esemplare del braccio di ferro in corso dopo l’apice raggiunto il 2 aprile 2025 con l’annuncio dei nuovi dazi da parte Usa e tutto ciò che ne è seguito.

“La Cina arriva a questo vertice con dei veri e propri assi nella manica. Ma anche con un reale senso di urgenza”, afferma Han Lin, direttore per la Cina della società di consulenza americana The Asia Group. E ora c’è anche la guerra in Medio Oriente. E’ vero che, grazie alle sue riserve petrolifere e alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, la Cina è per ora relativamente risparmiata dalla crisi energetica che sta colpendo l’Asia: tuttavia, ad aprile i prezzi del gas sono saliti nel Paese e gli industriali temono un aumento dei costi di produzione della plastica (che ha fame di petrolio). Soprattutto, la Cina teme che la guerra in Medio Oriente possa protrarsi. “Un aumento dei prezzi del petrolio rallenterebbe significativamente la domanda mondiale e peserebbe inevitabilmentw sull’economia cinese”, ha scritto la scorsa settimana Leah Fahy di Capital Economics.

Il capitolo Iran diventa così più che nevralgico, oltre al fatto che la partnership tra Pechino e Teheran è un punto di frizione permanente, visto da Washington. Donald Trump potrebbe spingere Xi Jinping a esigere dall’Iran delle concessioni nei confronti degli Stati Uniti e accelerare così la fine del conflitto che Washington vorrebbe chiudere al più presto: ma piegarsi a questa richiesta americana rischierebbe di intaccare la fiducia che la Cina ha accuratamente costruito con Teheran per definire la propria area di influenza.

Il braccio di ferro tra Pechino e Washington dovrà trovare nuove sintesi. Una convergenza sembra già esistere: entrambi hanno fretta.

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