Ungheria al voto, il laboratorio del sovranismo

(Maria Eva Pedrerol) 

Ungheria al voto il prossimo 12 aprile per le elezioni parlamentari più incerte degli ultimi sedici anni. Il presidente Victor Orban e il suo partito Fidesz potrebbero perdere il potere. La maggior parte dei sondaggi danno in vantaggio il partito di opposizione Tisza di Péter Magyar, ma il voto non solo è cruciale per i 12 milioni di ungheresi ma anche per l’Europa e per la destra populista internazionale. La piccola Ungheria è il vero grande laboratorio per misurare le tendenze sovraniste.

Campione europeo della democrazia illiberale, Budapest vede oggi le crepe del suo modello mentre i rapporti con l’Unione europea sono ai minimi storici. A prescindere dal risultato, mai così incerto, le elezioni ungheresi sono centrali in primo luogo per gli equilibri politici europei.

Arrivato al potere nel 2010, Orban ha vinto consecutivamente le elezioni nel 2014, 2018 e 2022. Poco a poco il leader ultraconservatore ungherese e il suo partito hanno minato la democrazia nel Paese magiaro, che è diventato sempre più un sistema autoritario e un simbolo per i nazionalisti populisti ed anche per i repubblicani degli Stati Uniti targati MAGA. Per loro – come scrive l’ Economist – “Orban è un modello da emulare, è un flagello per i progressisti e un difensore della tradizione e del cristianesimo”. Per mantenere il potere, Orban e il suo Governo hanno gradualmente eliminato i meccanismi di controllo, tra cui i media, e neutralizzato la magistratura. In queste elezioni, Orban ha dalla sua parte un team di grandi leader da Trump a Putin, a Xi Jinping e i principali esponenti della ultra destra.

A inchiodarlo, dopo sedici anni, la crisi economica ungherese, l’inflazione e il costo della vita che hanno reso il suo Governo sempre più impopolare e, ad aumentare la crisi, soprattutto il blocco dei finanziamenti da parte dell’Unione Europea a causa degli abusi sullo stato di diritto. La corruzione e gli scandali hanno fatto il resto, e tra gli scandali quello che ha travolto la stessa presidente della Repubblica Katalin Novak per l’indulto concesso a una persona che aveva protetto un pedofilo.

E’ stata questa, soprattutto, l’opportunità per Péter Magyar, avvocato di 43 anni, per uscire allo scoperto. Esponente di spicco del partito Fidesz e con alle spalle diversi ruoli nelle istituzioni ungheresi dopo lo scandalo, Magyar ha rotto con Fidesz e ha creato un proprio partito, Tisza, che è riuscito ad attrarre il voto del malcontento. In pochi mesi ha ottenuto otto seggi nelle elezioni europee. Ma se dovesse vincere le prossime elezioni del 12 aprile questo potrebbe non bastare a Magyar, sarebbe necessaro ottenere due terzi dei seggi del Parlamento per poter cambiare le leggi che hanno permesso a Orban di continuare a governare e di tessere la sua architettura.

La partita è tutta da giocare.

In politica nulla è scritto e tutto può accadere. Per Bulesu Hunyadi, capo dei programmi del centro di analisi ungherese Political Capital queste elezioni sono le “più emozionanti e le meno prevedibili”. “È la prima volta dopo tanti anni che un partito dell’opposizione ha vere possibilità di vincere”.

Ma è soprattutto Washington a guardare a Budapest, con la visita del vicepresidente Vance alla vigilia delle elezioni che rilancia il sostegno al premier con un nuovo affondo contro l’Europa. “Mi è stato detto che il fatto che io venga qui a dire che Viktor sta facendo un buon lavoro sarebbe ingerenza straniera: e non lo è quando l’Ue minaccia di trattenere miliardi all’Ungheria?”, ha detto Vance davanti ai giovani aspiranti patrioti.

Ma l’operazione MAGA targata Donald Trump non sembra spostare l’ago della bilancia: i sondaggi continuano a dare Peter Magyar in vantaggio.

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