(Girolamo Boffa)
Il mondo comune non viene distrutto. Viene sostituito. E ciò che lo sostituisce non è il silenzio.
Quando il potere si scherma e il cittadino si ritira, lo spazio che rimane non è vuoto.
Il potere e il cittadino erodono la stessa radice, senza saperlo e senza accordarsi: la partecipazione attiva del soggetto nello spazio pubblico. Quello spazio — il mondo comune, dove parole e azioni diventano politicamente rilevanti — è la condizione di esistenza della democrazia; senza di esso il conflitto non produce decisione, la libertà non produce responsabilità, il voto non produce governo.
Cosa accade a quello spazio quando viene progressivamente abbandonato?
Non si svuota. Si trasforma.
L’arena e il conflitto
Nella polis il conflitto era la forma fondamentale della vita politica: non un problema da risolvere, non un disturbo da gestire, ma il meccanismo attraverso il quale il corpo politico si formava, si riconosceva, decideva. Il disaccordo era costitutivo: senza conflitto non c’era deliberazione, senza deliberazione non c’era democrazia.
La democrazia moderna ha ereditato il conflitto ma ne ha progressivamente svuotato la funzione: il conflitto non scompare — si moltiplica, si accelera, si frammenta, ma perde la sua direzione: non produce più decisione, produce spettacolo.
Lo spazio pubblico si trasforma in arena.
La differenza non è di intensità ma di natura: nell’arena si combatte per vincere, non per decidere; si combatte per occupare il campo visivo, non per costruire un mondo comune.
La polarizzazione non è il sintomo di una democrazia malata — è il funzionamento ordinario di una democrazia che ha perso la propria funzione costitutiva.
Democrazia e conflitto non stanno in rapporto di contenitore e contenuto, stanno in rapporto di interdipendenza costitutiva: il conflitto genera la democrazia, perché senza disaccordo non c’è bisogno di uno spazio comune in cui decidere; la alimenta, perché è il confronto tra posizioni diverse che produce decisioni legittime; ed è a sua volta dalla democrazia generato, perché solo dove esiste uno spazio democratico il conflitto può esprimersi senza dissolversi in violenza.
Quando questo legame si frantuma, la corruzione è doppia: se la democrazia si restringe, il conflitto perde lo spazio in cui trasformarsi in decisione e diventa scontro sterile; se il conflitto si trasforma in arena spettacolare, la democrazia perde il contenuto che la rende viva e diventa procedura vuota. In entrambi i casi ciò che scompare è lo spazio in cui parole e azioni producono conseguenze condivise.
La spirale e il suo acceleratore
Questo processo non è nuovo: è la spirale che la democrazia moderna porta in sé.
Ciò che è nuovo è la velocità. E lo strumento.
Le tecnologie della comunicazione hanno sempre accelerato i processi politici — la stampa, la radio, la televisione hanno ciascuna modificato il rapporto tra spazio pubblico e partecipazione.
Ma le tecnologie digitali introducono una discontinuità qualitativa: non amplificano il mondo comune esistente, lo ridefiniscono. La distinzione tra spazio online e spazio offline — tra il luogo in cui si discute e il luogo in cui si vive — non regge più. Lo spazio pubblico è diventato ibrido, e in quello spazio ibrido le categorie tradizionali della democrazia — il cittadino, il conflitto, la decisione — funzionano secondo logiche diverse.
La connessione totale non produce partecipazione reale, produce visibilità senza responsabilità e dibattito senza deliberazione: il cittadino è ovunque e non è da nessuna parte.
Il conflitto è permanente e non decide nulla. Il rumore è assordante e non dice nulla.
Quando lo strumento diventa soggetto
Ma c’è un salto ulteriore che non può essere ignorato, anche se merita una trattazione separata.
Tutti gli acceleratori precedenti rappresentavano strumenti nelle mani di qualcuno — chi controllava la stampa, chi possedeva le frequenze radio, chi gestiva i palinsesti televisivi. La tecnologia generativa introduce una discontinuità più radicale: può produrre contenuto, opinione, conflitto senza che ci sia un soggetto umano dietro. Non amplifica le voci esistenti — può generarne di nuove. Non accelera la polarizzazione — può produrla.
Quando lo strumento diventa soggetto, le categorie con cui abbiamo pensato il mondo comune — il cittadino che delibera, il conflitto che decide, la responsabilità che lega — entrano in crisi, non per erosione progressiva, ma per ridefinizione strutturale.
Non è più solo la democrazia che porta in sé i virus della propria erosione, è l’ambiente stesso in cui la democrazia esiste a essere cambiato.
Libertà e democrazia non sono la stessa cosa, ma hanno gli stessi virus dormienti. E vengono svuotate dallo stesso meccanismo — perché attacca la loro radice comune: la partecipazione attiva del soggetto nello spazio pubblico. Se il virus è lo stesso, la domanda che resta aperta è se esiste un antidoto comune.



