(Carlo Rebecchi)
Un nuovo ultimatum – alle 20 del lunedì di Pasqua (in Italia le 02,00 di martedì 7 aprile) – prima di quello che, se l’Iran continuerà a resistere, sarà “il colpo di grazia”, un “vero incubo” lo ha definito Donald Trump a poche ore dalla scadenza della tregua di cinque giorni decisa per tentare l’inizio di un negoziato che, però, non è decollato. Lo scontro appare in queste ore inevitabile, a meno che chi vuole la pace, con la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, si faccia avanti. Il presidente americano, al ventottesimo giorno di guerra, ha fretta. Vuole “chiudere la pratica”, la pazienza sembra proprio finita. Ma l’Iran non cede. E allora, in una riunione di gabinetto alla Casa Bianca, Trump sembra aver messo da parte ogni dubbio. “Ora gli iraniani, l’Iran, hanno l’opportunità di abbandonare definitivamente le loro ambizioni nucleari e intraprendere una nuova strada”, afferma durante la riunione.
Il Presidente esorta l’Iran a raggiungere un accordo per porre fine agli attacchi israelo-americani altrimenti, tuona, “dovrà affrontare ulteriori bombardamenti sul territorio iraniano”. E’ la risposta al ministro degli esteri di Teheran, Abbas Aragchi, che qualche ora prima aveva confermato quanto si era saputo informalmente già dall’altro ieri, che l’Iran “non si arrende”, e ai “quindici punti” della proposta negoziale di Trump oppone i “cinque punti” degli ayatollah: due progetti reciprocamente inaccettabili. La tregua di cinque giorni, non dichiarata ma che di fatto c’è stata grazie alla mediazione del Pakistan, doveva servire per l’avvio del dialogo. Sembra invece destinata ad essere stata soltanto il prologo della sfida finale a colpi di missili, droni e bombardamenti di ogni sorta. Un colpo di grazia e un incubo, appunto.
Trump, nella riunione di gabinetto alla Casa Bianca, ha detto tutto e, a tratti, il contrario di tutto. Ha affermato di voler discutere di pace e subito dopo ha aggiunto di non essere più sicuro di volere una intesa. Ha affermato che “stiamo negoziando” e che l’Iran “è d’accordo, ci supplica di negoziare” poi ha di nuovo minacciato Teheran e chiesto la resa. “Vedremo se vorranno farlo. Se non lo faranno, saremo il loro peggior incubo. Nel frattempo continueremo a ucciderli”, ha aggiunto. La determinazione iraniana contro l’aggressore – “Siamo noi che decideremo quando finire la guerra” – gli deve essere parsa un muro senza crepe, impossibile da abbattere. Il vicepresidente Vance, il genero Jared Kushner, e il suo negoziato preferito Steve Witkoff lo hanno ascoltato. Poi, se in questi dieci giorni da Teheran non ci saranno chiamate, come nelle scorse ore via Pakistan, sarà il “Number One” a prendere la decisione.
E pensare che, questa volta, gli americani avevano pensato quasi a tutto. Dall’alleato israeliano, che ha come obiettivo la distruzione del regime degli ayatollah, aveva ottenuto di fermare i bombardamenti sui siti energetici iraniani. E anche, secondo fonti israeliane dell’ agenzia Reuters, una specie di salvacondotto, c’è l’impegno a non farli uccidere, per i due rappresentanti del regime con i quali pareva forse possibile concordare un “regime change”: il ministro degli esteri Aragchi e il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf. Il fatto, secondo gli osservatori, è che dopo quasi un mese di guerra ciascuno si sta rendendo conto che ci si è infilati in un vicolo cieco. Trump sa che con l’Iran non può ripetere il successo dell’ “operazione Maduro”. E l’Iran sa che la fine è comunque soltanto questione di giorni o settimane (“da quattro a sei”, dice Trump). Ma entrambi sono prigionieri delle aspettative che hanno creato: del “più forte del mondo”, Trump, del”più forte nel Golfo”, l’Iran. E cedere è difficilissimo.
In questi giorni di tregua il numero degli effettivi protagonisti dell’operazione “Epic Fury”, ventottesimo giorno, sono intanto aumentati ufficialmente di settemila unità, con l’arrivo tra gli altri di oltre duemila paracadutisti e di altrettanti marines. Ma fonti giornalistiche azzardano cifre di uomini e mezzi molto superiori. L’obiettivo sarà probabilmente una operazione limitata: o di bandiera, per recuperare i 400 kg di uranio arricchito utilizzabili per la bomba nucleare, o, quasi certamente, l’invasione dell’ isoletta di Kharg, il “porto petroli” nel quale passa quasi tutto il greggio iraniano, per sbloccare il passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz. E’ questo quel che si aspettano gli iraniani che hanno rafforzato le difese lungo la costa tutta rocce dello Stretto e minato le acque. Mentre facevano questo lavoro, il loro comandante, Alireza Tangsiri, è stato assassinato da agenti israeliani. Lo scontro, se ci sarà, si preannuncia finale.



