Kent, un no a Trump che scotta. L’America e la coscienza della guerra

(Marzia Giglioli)

Una defezione clamorosa: Joe Kent, uomo vicinissimo a Trump e direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo, ha annunciato le sue dimissioni contestando l’operazione ‘Epic Fury’. La notizia è un colpo diretto al presidente Usa, non solo per le dichiarazioni di Kent ma perchè sono il primo affondo sulla guerra in Iran che arriva da uno degli esponenti di spicco del movimento Maga.

Kent scopre altre carte, affonda in una verità alternativa, “non c’era minaccia terroristica dell’Iran”, mette di fronte all’America due versioni sulle quali scegliere. Al di là della questione politica, o geopolitica, mette in campo la “questione di coscienza”. “Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana”, ha spiegato in una nota su X.

Il documento, però, contiene una serie di affermazioni distorte che stanno già scatenando reazioni bipartisan, e hanno convinto la Casa Bianca a scaricarlo con insolita velocità.

La nuova guerra, con quel richiamo alla coscienza, diventa una questione diversa, più profonda, quella che nessuno, neppure i Democratici,  avevano sollevato così direttamente. A leggere ancora più tra le righe significa confrontarsi se esista “una guerra giusta” e quali siano i limiti di “America First”.

È di nuovo l’infrangersi della Pastorale americana, dove il sogno o l’aspirazione cozza con la realtà. La guerra in Iran significa molte cose, non solo la fine di un nemico pericoloso, c’è anche una coscienza che misura le vittorie.

Donald Trump non ha preso bene l’uscita di Kent che è anche uno dei più importanti consiglieri di Tulsi Gabbard, la direttrice dell’intelligence nazionale, bollandolo come un “debole” e considerando pericolose le sue posizioni.

“Quando qualcuno che lavora con noi afferma di non aver mai considerato l’Iran una minaccia, non vogliamo queste persone”, ha aggiunto Trump. La Casa Bianca ha accusato Kent di dichiarare “le stesse falsità che i Democratici e alcuni media liberal ripetono. Pace. E’ il Presidente che stabilisce cosa è o non è una minaccia”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca , Karoline Leavitt, definendo “assurda” l’idea che Trump abbia deciso di attaccare l’Iran perché influenzato da Israele.

Due versioni contrapposte, le cui conseguenze sull’opinione pubblica sono tutte da vedere. Certamente Kent non è un messaggero di pace, in senso ideale, è personaggio piuttosto controverso, vicino all’estrema destra radicale, difensore del suprematismo bianco, su posizioni antisemite. Kent – come scrive l’Ansa – ha avuto anche contatti con Nick Fuentes, l’influencer di destra convinto che gli ebrei tengano gli Stati Uniti “in ostaggio” e che “Hitler aveva ragione”. Sulla guerra in Iran ha tenuto sempre una posizione critica e prudente, nessuno sa cosa abbia scatenato l’attuale distacco.

Ma, al di là di Kent, gli occhi sono ora puntati su Tulsi Gabbard, la direttrice dell’intelligence nazionale e gli altri vertici delle agenzie di spionaggio americane che a breve dovranno testimoniare alla Commissione intelligence del Senato sul conflitto contro Teheran.

 

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