Il dubbio imperiale americano

(Girolamo Boffa) 

Per la prima volta nella storia moderna, la domanda “vale ancora la pena sostenere il peso dell’ordine mondiale?” entra nel mainstream della politica americana

Il voto del Senato americano sul War Powers Act è arrivato a guerra già iniziata, ed è passato quasi inosservato: le agenzie lo hanno registrato, i giornali lo hanno sepolto in fondo alle pagine di politica estera.

Eppure quella votazione era nell’aria da settimane: nelle audizioni al Congresso, nelle voci sullo schieramento navale nel Golfo, nel dibattito sotterraneo che accompagnava le ipotesi di attacco all’Iran già prima che l’attacco avvenisse: il disagio di una parte del Partito Repubblicano sull’uso della forza non è nato con la guerra; si stava accumulando mentre la guerra si preparava e il voto ne è stato la certificazione.

In politica, i segnali deboli sono spesso più rivelatori delle dichiarazioni forti. Le rotture non arrivano mai di colpo: si annunciano in voti dimenticati, in silenzi calcolati, in sfumature che solo chi conosce il campo sa leggere: questo è uno di quei momenti.

Ma per capire cosa segnala davvero, bisogna fare un passo indietro. Molto indietro.

Il peso che nessuno vuole più portare

Dal 1945 gli Stati Uniti hanno svolto una funzione che non ha precedenti nella storia moderna: quella di potenza ordinatrice del sistema internazionale. Non solo una grande potenza tra le altre, ma la potenza che garantisce l’ordine globale, che mantiene le rotte commerciali aperte, che presidia le alleanze, che interviene — o minaccia di intervenire — quando l’equilibrio si incrina.

Questo ruolo ha un costo pesante. Triplice per essere precisi.

Un costo militare: basi in tutto il mondo, flotte che presidiano oceani lontani, alleanze che impegnano risorse umane e materiali. Un costo economico: deficit strutturali, spese di difesa che altri non sostengono, un dollaro che serve il sistema internazionale prima ancora di servire l’economia americana. Un costo politico: guerre impopolari, sold-out diplomatici verso alleati scomodi, la necessità di giustificare ai propri elettori perché i loro figli muoiono in posti di cui non riescono a trovare la capitale su una cartina.

Per decenni questo costo è stato accettato, considerato un investimento; l’ordine liberale, si diceva, produceva stabilità, commercio, prosperità: il primato americano era costoso, ma conveniva.

Poi sono arrivati l’Iraq e l’Afghanistan.

Non come episodi isolati, ma come esperienze formative per un’intera generazione di americani: guerre costose, prolungate, dai risultati discutibili; guerre che hanno trasformato la percezione dell’ordine liberale: non più un investimento, ma un peso. Non più una missione, ma un’eredità di cui non si conosceva ancora il prezzo totale.

È in questo terreno che nasce il dubbio imperiale americano, non come teoria politica elaborata a tavolino, ma come sentimento diffuso, come stanchezza accumulata, come domanda che sale dal basso e che per anni nessun partito ha avuto il coraggio — o la capacità — di raccogliere.

Fino a Trump.

Trump è l’effetto, non la causa

L’errore più comune nell’analisi del fenomeno Trump è scambiare l’effetto per la causa; Trump non ha creato il dubbio imperiale: lo ha intercettato. Ha dato una forma politica a qualcosa che esisteva già, che covava da anni in quella parte d’America che le guerre di Bush avevano consumato, che la crisi del 2008 aveva impoverito, che la globalizzazione aveva marginalizzato, e che le élite bipartisan continuavano a ignorare con la stessa distrazione elegante.

Il genio politico di Trump non è stato ideologico, è stato percettivo: ha capito prima degli altri che una parte consistente dell’elettorato americano non voleva più sentirsi dire che l’America doveva guidare il mondo.

Voleva sentirsi dire che l’America doveva pensare a sé stessa.

Questa è la ragione per cui il trumpismo sopravviverà a Trump: le cause strutturali che lo hanno prodotto — la crisi di rappresentanza, la deindustrializzazione, la sfiducia nelle istituzioni, la stanchezza dall’interventismo — non spariranno con lui. Anzi: alcune si stanno aggravando; la domanda che Trump ha portato in superficie resterà in campo, con o senza di lui, e qualcuno dovrà risponderle.

Il paradosso della potenza indispensabile si fa qui più acuto: l’America è ancora, oggettivamente, la potenza più forte del sistema internazionale, ma è sempre meno convinta di voler essere indispensabile. Il sistema ha bisogno di lei, ma lei non è più sicura di averne bisogno.

L’Iran e le due anime del trumpismo

Torniamo al voto sul War Powers Act, perché ora ha più senso.

Il dossier iraniano è il punto in cui il dubbio imperiale si concretizza in una scelta politica reale ed è il punto in cui le due anime del trumpismo entrano in collisione diretta.

La prima anima è quella del nazionalismo interventista: l’America deve restare la potenza dominante, Iran e Cina sono sfide sistemiche, il ritiro americano crea vuoti che altri — peggiori — riempiono. È una linea che riprende, in forme aggiornate, la tradizione repubblicana classica: forza militare, deterrenza, proiezione globale. La figura simbolica è Marco Rubio.

JD Vance rappresenta, invece, il simbolo di quel nazionalismo strategicamente prudente secondo il quale l’America deve scegliere con cura dove impegnarsi, deve utilizzare le risorse prima per gli interessi interni e deve rifuggire le guerre infinite che non portano da nessuna parte. È una linea che alcuni analisti chiamano post-imperiale: non isolazionismo, ma selettività.

Sull’Iran queste due linee non possono stare insieme: sostenere Israele – magari controvoglia – spinge verso l’escalation; evitare nuove guerre spinge verso la prudenza.

Non è una sfumatura tattica: è una differenza di strategia globale.

Il silenzio di Vance nelle ore successive all’attacco contro l’Iran — inusuale per un vicepresidente normalmente molto presente nel dibattito pubblico — parla più di qualsiasi dichiarazione: evitare di legare troppo strettamente il proprio profilo politico a un’operazione militare dal costo ancora incerto è stata una scelta strategica.

La base MAGA, poi, aggiunge un’ulteriore complicazione: quella base è nata anche — non solo, ma anche — come rifiuto delle guerre infinite di Bush; se il trumpismo diventasse troppo interventista, rischierebbe di tradire una parte della propria origine: la coalizione che Trump ha costruito non è un blocco ideologico compatto, ma un insieme tenuto insieme dalla figura del leader.

Una guerra che non è ancora cominciata

Inoltre il dubbio imperiale non resta confinato esclusivamente dentro il trumpismo: si allarga e, quando si allarga, rivela una faglia più profonda: quella tra le diverse anime del conservatorismo americano, ciascuna con una risposta diversa alla stessa domanda su cosa deve essere l’America nel mondo.

Quella è la guerra politica che si sta preparando. Non tra i due partiti. Dentro uno di essi.

Ma questa è un’altra storia. Per un altro sabato.

Trump ha dato una risposta provvisoria al dubbio imperiale americano: imprevedibilità, forza selettiva, retorica isolazionista e pratica interventista. Una sintesi personale, non un paradigma stabile. Quando lui uscirà di scena, quella sintesi si romperà e il trumpismo dovrà scegliere cosa vuole essere.

La domanda vera non è chi verrà dopo Trump ma quale America verrà dopo di lui.

Latest articles

Related articles