(Carlo Rebecchi)
“Non ci sarà alcun accordo con l’Iran se non la resa incondizionata!. Dopo la resa incondizionata e dopo la selezione di un leader grande e accettabile, noi e molti dei nostri meravigliosi e coraggiosi alleati lavoreremo instancabilmente per salvare l’Iran dall’orlo della distruzione, rendendolo economicamente più grande, migliore e più forte che mai”. Al settimo giorno di guerra, Donald Trump precisa con questo post sul suo social, The Truth, che il “regime change” è l’obiettivo dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran.
Guerra ad oltranza, quindi, in attesa della bandiera bianca che, per ora, nessuno è in grado di prevedere quando verrà sventolata. Al momento gli scambi di missili e droni proseguono come dall’inizio. Non solo. L’Iran ha dichiarato lo stretto di Hormuz “zona di guerra”, immobilizzando mille petroliere, facendo salire in qualche minuto il prezzo del barile a oltre novanta dollari. In parallelo Teheran ha lanciato droni contro l’Arabia Saudita e colpito una raffineria a Bassora, in Iraq.
Israele, intanto, continua l’offensiva contro Hezbollah – i “figli di Dio” filoiraniani, di fatto l’esercito libanese – con quella che appare come una vera e propria deportazione di decine di migliaia di abitanti dei quartieri a sud di Beirut. Mentre è ormai ingente il materiale militare che consiglieri statunitensi e israeliani hanno trasferito nel Kurdistan iracheno, in prossimità del confine con l’Iraq: da qui dovrebbe partire, secondo fonti di numerose intelligence, un intervento militare dei curdi iracheni contro l’Iran.
Trump ha più volte auspicato, in interviste concesse di questi giorni, che il popolo curdo decida di passare all’azione contro il regime iraniano. L’apertura di questo nuovo fronte terrestre eviterebbe agli Stati Uniti di inviare sul terreno propri soldati, eventualità esclusa da Trump perché al momento della rielezione ha promesso di “non esportare alcuna guerra” e non mantenere questo impegno potrebbe fargli perdere molti voti.
Secondo affermazioni fatte da Trump a vari intervistatori, sembrerebbe che il presidente americano, convinto di poter replicare un’operazione tipo Venezuela, voglia aspettare la resa dell’attuale regime per individuare qualche personalità iraniana a cui affidare la ripresa delle istituzioni e la ricostruzione del paese. Trump ha anche precisato che alcune di queste persone erano già state individuate prima della guerra “ma sono rimaste uccise nei bombardamenti”.



