Iran, Trump sulla via della Cina per chiedere aiuto a XI

(Carlo Rebecchi) 

Il dialogo tra Stati Uniti e Iran per far decollare il negoziato di pace è al momento in frantumi, dopo il “no”iraniano alla richieste di Donald Trump, che Teheran ha qualificato “lista dei sogni” del presidente americano. Eppure entrambe le parti vogliono effettivamente fermare la guerra: per ragioni di politica interna Trump, per i gravissimi danni subiti negli oltre due mesi di bombardamenti, l’Iran. Si spiega così perché la tregua “senza scadenza” in atto da oltre due settimane regge.

Fra tre giorni, un’altra opportunità potrebbe ripresentarsi: non nel Golfo e neppure alla Casa Bianca, ma in “terra incognita”: a Pechino. Durante la visita ufficiale che comincerà il 14 maggio in Cina, Donald Trump chiederà infatti al collega Xi Jinping di aiutarlo a convincere l’Iran ad una minore intransigenza e ad accettare un compromesso, una soluzione mediana, per mettere fine alla guerra.

Un momento che il presidente cinese, alleato di Teheran che a Pechino fornisce quasi tutto il petrolio di cui ha bisogno, aspetta probabilmente da tempo, imperturbabile. Gli analisti non pensano che Xi farà da paciere in modo pubblico e diretto, non è lo stile cinese. Potrebbe piuttosto promettere di impegnarsi in una specie di “moral suasion” sostenuta pubblicamente dalla “comune volontà di pace, senza guerre” e, sotto, da una rete di accordi economici e commerciali (a favore anche dell’Iran) e soprattutto dallo scambio che più interessa gli Stati Uniti (le terre rare) e la Cina (l’alta tecnologia).

Trump preferirebbe sicuramente un aiuto da sbandierare come sua vittoria personale, con i fuochi d’artificio. Xi è tutto l’opposto e non è nel suo stile, per quanto si può prevedere, “pretendere”, o “ordinare”, da un altro paese questo o quel favore. Se un intervento ci sarà, sarà senza dichiarazioni clamorose. Ma tutti sanno già fin d’ora che il merito sarebbe della Cina, del modo pacato di ragionare che vale oggi al presidente Xi di essere visto come un vero leader da un numero sempre maggiore di paesi.

Un “altro mondo” rispetto a tutto ciò che ruota attorno a Trump. Il quale, ricevuta la risposta di Teheran al suo ultimatum, lo ha definito “via Truth “totalmente inaccettabile”, ha scaricato molte colpe sui propri predecessori Obama e Biden, e ha affermato: “l’Iran sta giocando con gli Usa e il resto del mondo da 47 anni…” chiudendo il discorso con un minaccioso “non rideranno ancora a lungo”.

Il documento del regime degli ayatollah non sarebbe piaciuto a Trump, per quel che si può sapere, perché affronta soltanto di sfuggita, e senza dare risposte precise, soprattutto i problemi della bomba nucleare di cui gli iraniani vorrebbero dotarsi e degli oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito che Teheran non vuole finiscano fuori dall’ Iran. La bomba nucleare, si ricorderà, è secondo quanto ripete dall’inizio della guerra Trump, la chiave che spiega la decisione americana di scatenare, insieme con il premier israeliano Netanyahu, la guerra contro l’Iran.

Anche per quel che riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz, le argomentazioni sarebbero abbastanza divergenti e soprattutto poco precise; sostanzialmente Teheran si riserverebbe il diritto di decidere quali paesi potrebbero transitare oppure no.

In questi giorni in cui il presidente americano sarà impegnato in Cina, nel Golfo continueranno i contatti tra i paesi della regione per tentare di mettere fine ad una situazione di instabilità e di incertezza – compresa quella di una ripresa dei bombardamenti – che danneggia tutti e, prospettiva ancora peggiore, sta innescando una spirale che – oltre a distruggere le uniche fonti di energia di cui tutto il pianeta ha bisogno – potrebbe portare ad una crisi economica senza precedenti.

La prospettiva che Trump finisca per fare di Israele la potenza egemone del Golfo, soprattutto ora che è guidata da un Netanyahu scatenato, che spinge Trump a fare “sempre più” la guerra, fa paura dell’area. Pakistan, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto hanno lavorato, e stanno lavorando anche ora, per frenare la giostra delle armi.

Visti dal mondo arabo, gli accordi di Abramo hanno “soltanto favorito – ha scritto l’analista Matthew Duss su Foreign Affairs – l’emergere di Israele come egemone regionale”, il cui bellicismo crea “una minaccia per i suoi vicini, per gli interessi più ampi del protettore americano e per la prosperità globale”. Difficile, su queste basi, pensare che l’America possa ridiventare “amica di tutti” nel Golfo.

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