L’onda blu del voto americano travolge i titoli tecnologici, spaventa la finanza ma è soprattutto un referendum sull’Ai che forse non ha un definito colore partitico: è molto di più, contiente una trasversalità profonda.
In caduta libera i titoli simbolo dell’AI e il Nasdaq perde il 5,5% (2.500 miliardi di dollari di capitalizzazione), mentre il settore dei semiconduttori ha perso circa il 12% in una sola seduta. E’ questo il messaggio che arriva da Wall Street ed è questa la risposta immediata al midterm e alle intenzioni di molti democratici di mettere un freno ai data center, argomento che è stato uno dei punti di forza della campagna elettorale. Ora Il trend dei listini, secondo gli analisti, potrebbe avere ripercussioni non soltanto sulle aziende tecnologiche ma anche sul resto dell’economia USA, con conseguenze in tutto il mondo. Una inversione di tendenza riguardo all’AI apre scenari multipli e molte incognite. I mercati sono nervosi e si vede: dopo Wall Street è stata la volta dell’Asia con la Borsa di Tokyo che ha perso oltre il 6%, Seul – 5,5% e Taiwan – 4,5%, trascinate al ribasso soprattutto dalle aziende dei semiconduttori, protagoniste assolute della corsa globale all’intelligenza artificiale. Più contenute le perdite in Europa, ma l’aria che si respira è che la corsa all’AI deve ora trovare una nuova dimensione ed entra pesantemente nella fase finale del mandato di Trump che, nonostante la debacle, non torna indietro sui suoi passi e blinda la corsa all’intelligenza artificiale: “Come presidente – ha scritto su X – sono al 100% favorevole all’Intelligenza Superiore (SI), e lavorerò con i molti Stati degli Stati Uniti che vogliono diventare ricchi. E solo una leadership sciocca dirà ‘NO'” .
Aidan Yao dell’Amundi Investment Institute dichiara che le elezioni di midterm rappresentano appunto un referendum sull’intelligenza artificiale. Di fatto, su 47 progetti di costruzione di data center in America (sui quali si sono espressi i cittadini USA), solo uno ha ricevuto il via libera. E la presenza di nuovi governatori democratici negli Stati più interessati, come Texas, Ohio e Georgia, fa pensare che sia solo l’inizio di una guerra all’AI perché non si può prescindere dal fatto che l’elettorato americano si è trovato d’accordo nel dire ‘no’ ai data center e alla corsa sfrenata dell’AI.
Ed è un ‘no’ esistenziale più che politico.
Qualcuno l’aveva già capito. In Michigan, Will Lawrence, all’inizio era considerato, sulla carta, un candidato senza alcuna possibilità di vittoria nel collegio elettorale e solo qualche mese fa dichiarava che ‘la gente è stanca sia dei repubblicani che dei democratici finanziati dalle grandi aziende’. Era convinto, però, di poter conquistare gli elettori opponendosi alla guerra in Iran e, aspetto cruciale, alla proliferazione dei data center. ‘Fermare questi data center per l’intelligenza artificiale è diventato un tema capace di unire persone di ogni orientamento politico’.
I comitati d’azione politica (PAC) repubblicani, sostenuti da ingenti capitali provenienti dal settore tecnologico, hanno investito contro Lawrence più che contro qualsiasi altro candidato democratico alla Camera. E non è servito a nulla: Lawrence ha vinto con uno scarto di poco superiore ai 3 punti percentuali.
In Texas e Georgia hanno vinto candidate governatrici che in campagna elettorale avevano sostenuto possibili moratorie su nuovi impianti. La questione riguarda molto più dell’orientamento politico delle due amministrazioni: mette in discussione tempi, consumi e costi di una delle maggiori espansioni infrastrutturali degli Stati Uniti.
In Texas Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore repubblicano Greg Abbott, interrompendo tre decenni di governo del GOP. In Georgia ha vinto Keisha Lance Bottoms, dopo oltre vent’anni di guida repubblicana. E il Texas concentra circa il 25% della capacità americana di data center destinata a entrare in funzione entro il 2030.
Comunque i nuovi governatori non potranno certo fermare tutto il processo che ormai si è innescato con l’intelligenza artificiale americana. Ma significa un nuovo cammino che inizia proprio negli Stati-simbolo della corsa tecnologica.
Marzia Giglioli



